L’oggetto non è l’oggetto

Gennaio 16, 2009 di marcolupo

L’oggetto non è l’oggetto

13 percorsi dell’oggetto nella letteratura

 

 

Bibliografia essenzialmente parziale in cui l’autore mette le mani avanti in attesa che il lettore lo contraddica

 

Arlt, Roberto, El juguete rabioso, Latina, Buenos Aires 1926 [trad. it. Il giocattolo rabbioso, Le Mani, Genova 1994].

Barthes, Roland, MYTHOLOGIES, Editions du Seuil, Paris 1957 [trad. it. Miti d'oggi, Giulio Einaudi editore, Torino 1974 e 1994].

Böll, Heinrich, Erzählungen 1950-1970, by Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln 1972 [trad. it Il nano e la bambola, Giulio Einaudi editore, Torino 1975 e 2004].

Böll, Heinrich, Gruppenbild mit Dame, by Verlag Kiepenheuer & Witsch, Koeln 1971 [trad. it. Foto di gruppo con signora, Giulio Einaudi editore, Torino 1972 e 1994].

Butor, Michel, Le modification, Les Editions de Minuit, Paris 1957 [trad. it. La modificazione, Fandango Libri, Roma 2006].

Carver, Raymond, Cathedral, 1981 [trad. it. Cattedrale, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1984].

Cortàzar, Julio, Octaedro, Eredi di Julio Cortàzar 1974 [trad. it. Ottaedro, Giulio Einaudi editore, Torino 2007].

Hemingway, Ernest, The Spanish Earth – The Fifth Column and the First Forty-Nine Stories, New York 1938 [trad. it. I quarantanove racconti, Giulio Einaudi editore, Torino 1946, 1947, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1946, 1952].

Kafka, Franz, Racconti vari.

Perec, Georges, La Vie mode d’emploi, Hachette/P.O.L., 1978 [trad. it. La vita istruzioni per l’uso, Rizzoli, Milano 1983, traduzione di Sergio Pautasso.

Georges Perec, PENSER/CLASSER, 1985, Hachette, Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano, 1989, traduzione di Sergio Pautasso.

Edgar Allan Poe, Racconti vari.

Robbe-Grillet, Alan, La jalousie, Les Editions de Minuit, Paris, La gelosia, Giulio Einaudi editore, 1958 e 1998, traduzione di Franco Lucentini. 

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Prefazione intuitiva in cui sembra emergere l’idiozia ragionata dell’autore, che forse non ha niente a che fare con l’intuizione

 

 

Raggièra. Oggetto d’uso comune tra i ciclisti. Caratterizzata da un insieme di raggi che partono da un punto centrale. Le parole contengono metafore-producono effetti di senso, non li producono, le parole subiscono il potere-significato, le parole sono corpi detti significanti, o semplicemente combinazioni logiche di unità letterali. La parola scritta ha rivoluzionato, violentandolo, il mondo dell’oralità. Gli scrittori hanno tentato di manipolarne l’essenza, in alcuni casi l’hanno piegata, in altri l’hanno succhiata fino al midollo, e una volta posseduti, hanno descritto ciò che vedevano, quando gli altri non vedevano, o ciò che sentivano, quando gli altri non sentivano, o soprattutto ciò che gli altri vedevano e sentivano senza provare il bisogno di narrare. Qui non si mette in dubbio l’aspetto patologico della scrittura.

Credo che gli oggetti non siano le chiavi di volta, ma le stesse note che compongono la sinfonia. Oggetti che costruiscono la tua immagine, come la percepiscono gli altri, come vuoi che gli altri ti scorgano. Gli ultimi 60 anni hanno consacrato l’oggetto come idolo, come nume pagano, come rappresentazione concreta della vita lavorata, sudata, mangiata. Le parole che segnano l’evoluzione degli oggetti, sono le uniche testimonianze possibili, le tracce di cui disseminiamo etere e terra, i segni di un’archeologia impossibile, è vero, ma attraente come la coppia Bergman/Bogart in Casablanca, archetipo del mito/stereotipo, di cui forse non possiamo fare a meno. 

Cofanétto. Dicesi di scrigno o contenitore, a seconda del valore aggiunto del contenuto, che nel primo caso è prezioso materialmente, e nel secondo può annoverare oggetti come il pettine di plastica, la pasticca di tachipirina, vecchie pietre o vetri scalfiti, monete monetine dal valore affettivo, perché qualcuno vi ha posato sopra le proprie impronte digitali, ad esempio, o perché qualcosa ne ha segnato la storia personale, che il proprietario ha sicuramente condannato all’eternità, mettendola giù su un pezzo di carta, o ancora peggio su un supporto tecnologico, che avrà vita breve ma intensa, più di molti libri mai letti.

Inventàrio. Se si partisse dall’ultimo significato possibile, secondo un qualsiasi vocabolario, si definirebbe come il libro stesso che contiene l’inventàrio degli oggetti. Perciò abbiamo un problema di ridondanza. La stessa parola, pronunciata esattamente nello stesso modo, si identifica con il suo significato, ma evade dalla forma: Polvere; una casa abitata da stirpi di uomini; velluti rossi sfilacciati, specchi consumati dall’aria, lampadari ottocenteschi, lucenti come quello piazzato sul soffitto della stanza delle danze nel Gattopardo. Una casa così; e un vecchio notaio. L’uomo è alla fine del suo tempo, ma trova nel cassetto del padre del padre del padre (tutti rigorosamente notai), un vecchio inventàrio: cioè un libro che a sua volta contiene la numerazione dettagliata, stilata in un determinato spazio temporale, di numerosi oggetti: il valore dell’oggetto inventàrio sarebbe quindi moltiplicato per l’immaginazione del vecchio notaio, per la compenente numerica e linguistica dell’inventàrio, per ciò che l’inventàrio potrebbe raccontargli; il vecchio ne avrà fino alla morte

=

LETTERATURA,

il vecchio magari inizia a credere negli oggetti di cui sta leggendo. Così decide di seguire il loro percorso. Traccia un albero genealogico per ogni componente dell’inventario, e una volta definito il percorso, si muove alla ricerca del loro destino. Ciò lo porterebbe a seguire le tracce di un celebre cinquantenne impazzito per la letteratura cavalleresca, che prese tutto sul serio, si costruì un’armatura improponibile, decise di chiamarsi Don Chisciotte, e il resto è letteratura.

 

 

13 percorsi dell’oggetto nella letteratura

 

 

 

Breve cronologia fuorviante

 

 

Il 27 marzo del 1844 Edgar Allan Poe pubblica (morirà cinque anni dopo in preda a delirium tremens) il racconto Gli occhiali sul “The Dollar Newspaper”.

1913, trecento anni dopo l’incendio del teatro The Globe. Franz Kafka si impegna in un esercizio di osservazione (pare che non ne avesse a sufficienza) in Contemplazione, dove scrive di abiti coperti da una polvere impossibile, così difficili da indossare, come il viso gonfio e polveroso visto nello specchio, “da non indossare più, tanto è stato visto”.

Lo stesso Kafka che ordina (proprio come Virgilio) di distruggere una volta morto i suoi manoscritti, scrive solo quattro anni più tardi il monologo di un ponte in caduta, Il ponte.

Buenos Aires. Tre anni prima della Grande Depressione. La città è il centro del mondo sputato, rauca come le voci degli sguatteri che spazzano i marciapiedi, florida come le cosce intarsiate di pizzi parigini, struggente come l’anti-epopea di Silvio Drodman Astier : il giocattolo esce dalla fabbrica, trova mani che toccano la sua materia, si illude d’essere quello giusto, le mani gli incrinano la corazza, le mani lo lanciano nella spazzatura.

(stavo versando il vino nel posacenere)

20 anni dopo. Un posto pulito, illuminato bene, 1946. Hemingway dà vita alla luce elettrica di un caffè (l’insegnamento verrà colto da Don DeLillo in Rumore bianco, nella descrizione del supermarket), metafora di insonnia, di notte che alcuni uomini passano sotto la luce di un’insegna, in un locale, tra le strade. L’alba li accompagna verso lo stesso spartito.

1950. Siamo alla ricostruzione, il neorealismo avvampa, muore la madre di Beckett. La Germania è un colabrodo inutilizzato da anni. C’è fame. E c’è memoria. Non si può descrivere la vita in compartimenti stagni come lo ha fatto Heinrich Böll.. Quando si parla di questo incredibile scrittore si rischia di cadere, come nella parabola dell’informazione inventata da Norman Mailer, “Una volta che un giornale si occupa di una storia, i fatti sono perduti per sempre, perfino per i protagonisti.” C’è da dire che chi scrive è nato e ha vissuto per anni in Germania. Ha letto Böll prima di leggere Levi, Pavese, Silone, Vittorini, Fenoglio, Rigoni Stern, Bianciardi, Zavattini, Brera, Caproni, Sanguineti, Morante, Sapienza. Lo ha letto in lingua, tra un Brezel, un Weißwurst e un Apfelsaft. Vi assicuro che non lo fanno leggere a scuola (Grundschule – Gymnasium). Un figlio di italiani immigrati che legge un tedesco bucherellato da quattro proiettili durante la guerra, incastrato dagli obblighi per anni, impegnato come carpentiere e impiegato, attaccatto per aver chiesto la rinuncia alla psicosi di caccia alle streghe per il gruppo anarchico Baader-Meinhof, punzecchiato per aver ospitato Aleksandr Solženicyn il giorno stesso della sua espulsione dall’Urss (13 febbraio 1974), capì (siamo ritornati al figlio di immigrati italiani) la parola letteratura. L’autore entra in questo saggio per due grandi opere, citate nella bibliografia essenzialmente parziale. La prima è un racconto, forma di espressione sublime e sinottica che Böll ha saputo magnificare: Avventure di un tascapane.

1958, in cui Buzzati riunisce alcune delle sue creature nel celebre Sessanta racconti, dieci mesi prima che Kerouac pubblichi Sulla strada, un anno dopo la rivelazione del volto umano di Smultronstället (Il posto delle fragole) del “figlio del pastore”, Ingmar Bergman. Insomma parliamo di MYTHOLOGIES, di “colui che quando va in giro per la strada, là dove gli altri vedono fatti ed eventi, scorge, fiuta significazione” (parola di Eco), il signor semiologo Roland Barthes, che ci ha deliziati con giocattoli e Citroën fiammanti. Che però è uscito nel ‘57..

Stesso anno, stessa lingua. Un francese di nome Michel Butor pubblica La modification, che come un fico essiccato al sole s’asciuga, disidratato, indurito, assume un altro sapore, n’altra fragranza. L’autore appartiene alla tanto criticata corrente del Nouveau Roman. La seconda persona ti strappa il derma dei polpastrelli, si fa seguire lungo le pagine che non descrivono, sono te che sei lui che attraversa il viaggio con una decisione tra le labbra. Un flusso canaglia, profezia del docu-fiction non impegnato, ma di una raffinatezza militante, eppure scabrosa, che sembra di stare nella baracca con i mangiatori di patate, per quanto è intenso/distaccato. Un livello di introspezione difficile da raggiungere, tranne per qualche “unto” come Berto ne Il male oscuro. Insomma i francesi conoscono la prospettiva semiotica e ne fanno mostra (per chi volesse approfondire il rapporto tra fotografia e semiologia, c’è un libretto divulgativo di Jean-Marie Floch, Forme dell’impronta, Meltemi, 17 euro). 

Siamo veramente nel 1958. Jerry Lee Lewis vede la sua carriera frantumata dalla stampa che rivela il suo matrimonio con sua cugina Myra, tredicenne. Elvis chiude la fase rock’n'roll partendo per il servizio militare. Il regista/scrittore Alain Robbe-Grillet, della stessa “corrente” di Butor, scrive un libro estremo, La jalousie: perché in 120 pp. fa implodere generi come il thriller e il poliziesco (di cui Lucentini e Dürrenmatt sono esperti necrofili), ricavando una dimensione piatta del tempo da una dinamica dello spazio (cioè una casa in cui trama – testo e sottotesto – e tema – titoli e sembianze – si piegano al significato dei particolari).

1971, ancora “descrittivismo”. La generazione del dopo-guerra ha ricostruito il suo presente ricomponendo tessere e frammenti. Ma l’intervento-assemblaggio-analisi costa molto, quanto il passaggio di un travestito alla transessualità. Questa ri-creazione sofferta si infrange, per molti autori, sulle barricate del maggio francese. L’anno dopo (‘72) esce un testo rivoluzionario, opera di due incredibili uomini, Deleuze e Guattari, L’anti-Edipo. Cosa sta succedendo? Heinrich Böll lo chiede a modo suo in Gruppenbild mit Dame (Foto di gruppo con signora). L’atto gli costerà il Nobel per la letteratura (forse uno dei più azzeccati per tempistica). Questi cinque libri, che vanno dal ‘57 al ‘71 sono interconnessi (almeno lo crede chi scrive). Il linguaggio visivo (televisione), il linguaggio orale (televisione), il linguaggio scritto (pubblicitario e burocratese) stanno modificando i circuiti delle “macchine desideranti”, gli esseri umani. Quelli che s’affacciano alla finestra e fiutano significazione, ne intuiscono la portata. Non c’è più spazio per la prosa ordinata, specializzata, umanizzata. Le macchine aumentano, i televisori trasmettono, le bombe stanno per svuotare le piazze, il ‘68 per qualcuno è già finito, per qualcun altro non è ancora iniziato, c’è la liberazione sessuale, c’è il femminismo, le chiese si sono svuotate e mettono all’asta crocifissi e panche, Israele esiste e fa un buco in Medioriente, gli afro-americani stanno bruciando le loro prigioni dopo la morte di Luther King e Malcolm X, l’uomo inquina anche la Luna (ma qualcuno crede che ci sia lo zampino di Kubrick). Le notizie infilate nelle case influenzano i nostri futuri genitori, i nostri futuri nonni. Non c’è tempo per capire cosa è successo e cosa succede. Si ingurgita tutto senza leggere le avvertenze. Eppure qualcuno osserva, e non si lascia sfuggire i particolari, le note a margine, le minuscole clausole che disseminano il contratto del Mondo Nuovo.     

Tutto un altro discorso per Cortàzar, il padre di Rayuela, vicino a Borges, ma influenzato come Miller dalla sifilide parigina. 1974, Octaedro, le storie poliedriche, l’ossessione per i drammi intrappolati nelle mura. 

Dall’Argentina alla Francia (una rotta percorsa da molti scrittori): ‘78, Perec, altre le sue ossessioni: i palindromi, le bacheche, l’inventario, le stanze, gli oggetti sulla scrivania, gli oggetti inanimati; La vita istruzioni per l’uso colpirà per primo Calvino. L’autore firma un Gilgamesh infiltrato nelle storie e nelle camere di un condominio, con curiosità morbosa, racconti intercambiabili, incisioni, cataloghi, puzzle, scantinati, appartamenti, cartoline. Perec non cita gli oggetti, li fa vivere, introducendoli sulla carta. La sua scrittura non assomiglia a nient’altro; un depliant di un centro commerciale, gli stralci di le Mille e una notte, i cassetti riempiti di segni del nostro passaggio. 

Hanno definito la sua scrittura “minimale”. L’hanno inserito nella corrente dei “Dirty Realists”. L’hanno studiato dopo Hemingway, perché ha rinnovato il racconto breve. L’hanno cercato in John Cheever, in John Gardner, in Richard Ford. Raymond Carver ha scritto grandi storie, con un stile impensabile fino a qualche anno prima. Fatto di mattoni e alcol (nell’estetica meno manierista della letteratura etilica), di degrado e circonvallazioni, di bebè grassocci e pescatori della domenica, di vite incrostate e afflitte, con una forza e un impatto che hanno un solo comune denominatore: Checov. I racconti di Carver sono infatti “senza trama e senza finale”. Uso la parola “stile” perché la sua scrittura è coinvolta nelle storie che racconta. Cathedral, 1981, lo fa conoscere al mondo.

  

 

L’uomo dalla pancia crescente

Gennaio 11, 2009 di marcolupo

I. La casa.

Tu stai sul divano, è sera, premi a ripetizione il terzo telecomando, quello della tv satellitare. Hai i piedi gonfi, che liberi da scarpe nere e calze blu. Li guardi da lontano, poi da vicino. Pensi, che piedi gonfi che ho. Si vedono le arterie e le vene in quell’effetto verdastro simile ai fiumi visti dall’alto.

Il tuo salotto era già ammobiliato: un tavolo, le gambe di metallo, il piano in vetro; un tappeto, la fantasia di strumenti da maniscalco stampati su uno sfondo rosso; un divano letto matrimoniale, che quando l’hai visto hai pensato, finalmente potrò ospitare gli amici che vengono a trovarmi; una piantana con paralume in tessuto, che tieni accesa solo nei fine-settimana, per festeggiare; un camino elettrico da 2000W, con la regolazione dell’effetto fiamma, che alzi al massimo nei giorni festivi, e che essendo dotato di rotelle può essere spostato in qualunque ambiente dell’appartamento, ma tu questa cosa non l’hai mai fatta; poi insieme a tutti gli oggetti e soprammobili che possono essere notati, ma che disponi in modo che l’ospite non si accorga subito della loro presenza che, decentrata, documenta la tua indolenza rispetto all’usufrutto delle cose e la tua splendida pinguedine, c’è il televisore, color plasma 42 pollici, che hai pagato con uno sconto del 25%.

II. L’ufficio

Tu prendi l’ascensore tappezzato a terra da una moquette bordeaux e di metallo rigato a scalanature sulle quattro pareti che t’accompagnano al lavoro. Le postazioni sono segnalate da monitor bianchi ancora spenti perché nella sala riunioni c’è un briething. Il responsabile capo sta  per spiegare, quando tu entri alzando la mano in segno di scusate per il ritardo non volevo interrompere ma ora sono qui il regolamento interno ai nuovi arrivati. Che sono: un uomo su i 50, magro e stretto di spalle che il cranio sembra spuntare come un tubero rugoso, che muove distrattamente la gamba sinistra, con un effetto di vibrazioni simile al terremoto nel Belice su un lampadario di cristallo e ottone; una donna sui 35 dall’aria infelice, tradizionali espressioni della donna che sa di aver sbagliato scarpe, in postura da pastore tedesco fedele e cinico; un ragazzo di 24 anni che chiamerà a fine giornata la madre, dicendole di aver capito bene cosa vuol dire lavorare, coi capelli stirati dal masso di Polifemo, la camicia indossata da una donna di Botero, lo sguardo da pane azimo.

III. Il cibo

Di giorno mangi senza appetito per via di questo buco a cui dai il nome rabbia, incline a stropicciarti l’intestino, perciò solo roba secca presa da un fornaio che pare sempre contento di vederti. Esci dall’ufficio alle 18 meno cinque, così t’avvantaggi sul traffico. Ascolti la radio ma non ti piace e guardi gli altri nelle macchine che guidano come se andassero all’ultima cena. Tu non hai nessuna fretta. Solo fame di cibo che immagini di dividere. La questione è complessa perché ti piacerebbe condividere la cena con qualcuno ma sai che le poche volte che succede l’intestino si stropiccia come di giorno e allora guidi anche te, come se andassi all’ultima cena, col cuore che inghiotte sangue. 

IV. Il sesso

Il sesso è importante. Ti riconcilia con la pelle. Tu ne fai tanto, non c’è dubbio. Per il resto tutto bene. Le cose non cambiano se non lo vuoi. Per es. i biscotti sono nel terzo cassetto, sotto quello delle posate e prima del cassetto degli strofinacci. E preferisci la pioggia, così ogni tanto piangi. Ti tocchi, piangi.

V. La doccia

La cosa che pensi spesso sotto la doccia è che la fai prima di andare a lavoro e dopo essere tornato a casa dal lavoro. Pensi infatti che la doccia sia l’inizio e la fine di una normale giornata lavorativa. Ogni tanto, sotto lo scroscio d’acqua tiepida che schiacci con i piedi e le bolle e tutto il resto, pensi che ti farebbe bene non farla. Ma non hai mai provato.

VI. Il mare

Uno di quei ricordi fotografici di cui hai cercato di liberarti, ma che sono archiviati sotto la parola mare nei tomi che vengono continuamente rispolverati da tua madre. La spiaggia è vuota, c’è l’ombrellone rosso della campari che tuo padre ha infilato nella sabbia con una rabbia da trivellatore di pozzi che ti fa sudare. Tua madre legge un libro che si chiama, “Come ti sei fatta imbrogliare con la scusa che era gentile e ti apriva la portiera, ma tu non sapevi che era figlio dell’autista privato di Fanfani”. Tuo padre ti impone l’arcaico rito delle bocce. Si infila gli occhiali. Si inumidisce un dito e controlla la direzione del vento. Si stende lungo sulla sabbia e calcola l’angolatura delle dune. Poi dice, tira. Tu lo fai, e questo è il ricordo del mare.

VII. L’inverno

L’inverno è più o meno così: tu stai sul divano, è sera, premi a ripetizione il terzo telecomando, quello della tv satellitare.

VIII. Gli amici

Se è vero che “si ha il diritto di giudicare un uomo dall’effetto che produce sugli amici” tu prima arrossisci poi vorresti sputarti nelle mani come nei film di Enrico Maria Salerno e stringere la mano a quelli che ti sorridono.

IX. I colleghi

Pensi, per quanto riguarda te e i colleghi, “di avere mediocre intelligenza, come la maggior parte degli italiani, ma di averne abbastanza per capire di non essere molto intelligente”. Perciò non te la prendi se loro fanno quello che fanno. In fondo, credi “che la loro più grande invenzione sia appunto quella, della loro intelligenza”.

X. Le donne

Sarà alta un metro e sessantacinque, avrà gli occhi scuri, anche se li preferiresti grigi, avrà il seno piccolo, le braccia corte, le gambe forti. Ma non lo fai per lei. L’hai deciso mentre guardavi un canale satellitare che parlava dell’importanza di piacersi. Che in pratica se uno si piace poi piace anche agli altri. Allora non lo fai per lei, che non conosci. Lo fai per gli altri.

XI. Le scelte

Questa storia della pancia crescente la vorresti revisionare come ha fatto il collega Mario. Un giorno che esci dall’ufficio alle 18 meno cinque per avvantaggiarti sul traffico, cambi percorso e vai nella palestra dove non va il tuo collega Mario. Entri, e appena varchi la soglia vaporosa pensi che forse sarebbe meglio tornare a casa perché stasera c’è L’ultimo dei Mohicani in tv che da quando lo trasmettono tu non ti perdi una replica. Ma ti iscrivi e parli con Enzo, l’istruttore che credi di riconoscere come comparsa di Jurassic Park.

XII. Il lavoro

Hai stabilito di non dire niente ai colleghi e vedere se loro fanno il primo passo, ma ecco che c’è il briethin’ e il capo dice che sono previsti degli esuberi.

XIII. L’immagine

Nelle ultime settimane fai sesso e doccia con più piacere e a volte salti anche la cena e cammini più leggero, e non arrosisci quando Enzo, l’istruttore della palestra, ti fa i complimenti per gli sforzi e la volontà. E pensi che in fondo la tua immagine forse sta cambiando.

XIV. La palestra

Il primo mese hai fatto una preparazione al lavoro vero e proprio e hai conosciuto, durante le ore di sudore una signora, Lucia, che ha sessantaquattro anni e tre figli, a cui stai simpatico. Enzo ti ha consigliato il ciclo base, con lo spinning, il tapis roulant, gli esercizi a corpo libero e qualche seduta di pilates. Hai conosciuto altre signore, tra cui una Maria, una Francesca e una Carla. Ogni tanto, quando vai nello spogliatoio maschile pensi al momento in cui la tua immagine sarà cambiata, e sudi molto volentieri.

XV. La pancia

Hai nascosto i tre telecomandi e ti sei imposto di cambiare canale dal televisore, perché hai calcolato un km e 500 metri a serata di passeggiata tra il divano e l’apparecchio. La pancia non è che stia diminuendo però Enzo ti ha detto che ci vuole molto lavoro e che lui saprà ricambiarti di tutti i dolori che hai quando ti svegli la mattina per andare al lavoro. Poi, improvvisamente, i dolori scompaiono.

XVI. Gli incontri

Una sera, mentre stai uscendo dalla palestra con Lucia, Maria, Francesca e Carla, vedi una donna che sarà alta un metro e sessantacinque, gli occhi scuri, il seno piccolo, le braccia corte, le gambe forti. Si chiama Anna e lo stai facendo per lei.

XVII. I risultati

Enzo ti ha misurato la circonferenza della pancia che è diminuita di 3cm, ti ha sorriso, ti ha dato una pacca sulla spalla, e hai pensato che prima o poi lo inviterai a casa con le amiche della palestra. Il collega Mario ha detto che ha dovuto smettere di fare palestra per un soffio al cuore ed altre complicazione. Tu per la prima volta ti sei sentito un po’ più forte, e quando sei tornato a casa hai mangiato molto tonno. Con Anna, che poi hai scoperto che è la figlia di Lucia, parli molto all’uscita dalla palestra, visto che lei viene sempre a prendere la madre, e forse hai anche notato, ma non sei sicuro, che i suoi occhi a volte diventano grigi.

XVIII. L’epilogo

Tu non lo sai perché ti sei sentito poco bene e nessuno ti ha telefonato a casa ma gli esuberi sono stati comunicati e tu non ci sei. Quindi sei un elemento importante della struttura in cui lavori. Ma nonostante il malessere stasera hai deciso di andare comunque in palestra. Enzo ti ha controllato la pressione e poi avete fatto i pesi, non molti, ma abbastanza, visto che Enzo ti ha detto che sei pronto.

Tu non lo sai perché era molto tempo che non ci pensavi, e non hai avuto che qualche secondo per pensarci ma avevi la mente offuscata come nei film di Schwarznegger quando è stato colpito e sbanda con le mascelle titubanti da una parte all’altra della camera. Solo che lui si rialza. Sorride. E poi diventa governatore della California. Tu no.

Breve storia di un anziano piuttosto malaticcio che ruba in un supermarket della catena GS per mangiare

Gennaio 10, 2009 di marcolupo

Breve storia di un anziano piuttosto malaticcio che ruba in un supermarket della catena GS per mangiare

 

Questa non è una storia dell’orrore.

Questa non è una storia dell’orrore.

Questa non è una storia dell’orrore.

Ma tutto questo fa schifo.

 

Il Signor P. di modestra estrazione sociale, una volta si diceva così, a proposito di contadini e operai. Il Signor P. dall’aspetto poco rassicurante, per via dell’embolia ricevuta in dono dal Signor D. lo scorso Natale.

Una persona dalle maniere gentili, vecchia maniera, abituata ad indossare la camicia anche nei giorni di guerra, il Signor P.

Da qualche anno vive da solo in un monolocale di 40 mq., leggermente seminterrato, un’unica finestra che lascia entrare briciole di luce, una stanza da letto, una cucina, un bagno stretto, dal soffitto basso. Vive da solo da quando è morta la moglie. La donna anziana poco meno anziana del Signor P., non ha retto l’impatto con il monolocale umido e soffocante di 40 mq., di appena 600 euro d’affitto mensile (lievitato di 200 euro una volta scaduto il contratto per cui c’era poco da scegliere, perché cercare casa in quella grande città era un’avventura degna di Gengis Khan, o di Magellano, o semplicemente della simpatica coppia obesa conosciuta al pubblico italiano come Turisti per caso), escluse le spese, cioé acqua, gas, luce, e condominio.

Lavoratore forgiato negli anni della carestia, quando la guerra voleva dire mercato nero, che s’andava per case cercando di barattare le poche cose che restavano: orologi, anelli, pezzi di stoffa, libri..; il Signor P., lavoratore di stirpe poco illustre, fece del suo meglio per tirare la carretta. Incontrò la donna, quasi diciottenne, che gli diede un figlio e l’estrazione settimanale di punti neri dal naso lungo e grasso. Lui, il Signor P., di modeste dimensioni, alto un metro e 62, scarpe 39, taglia 40, magro come le acciughe che gli americani lanciavano a frotte dopo la liberazione. Fece del suo meglio, già. Trovò un posto alle officine meccaniche di una nota fabbrica di automobili. Le officine non si erano fermate, nonostante la guerra, per produrre prototipi di carrarmati e camion militari. L’uomo dal nome Lugano lo assunse come operaio semplice.

La vita straordinaria del Signor P. attraversò il dopoguerra, il boom, le stragi, la notte. Quando si risvegliò, aveva in mano un foglio di carta prestampata, che indicava in modo sintetico la fine della sua vita (iniziata sotto il tetto di una nota azienda automobilistica italiana che poi fece molto per i suoi lavoratori mandandoli in cassa integrazione che è una cosa molto buona per le famiglie). Un uomo come il Signor P. accettava il prepensionamento con rassegnazione. Un uomo come il Signor P. proclamava la sua fine, dopo una lettera come quella.

Il Signor P. spiegò alla moglie tutta la faccenda. Fecero l’amore per l’ultima volta, mentre fuori impazzava l’ennesima campagna elettorale. Si baciarono sugli occhi, e piano.

Quell’anno il Signor P. non andò a votare. La moglie morì. Il Signor P. ringraziò i vertici della FIAT (che è una nota azienda automobilistica che ha rivoluzionato lo style e il brand e il trend e che è stata molto importante a livello costruttivo e per i posti di lavoro e per il suo ruolo politico che è degno di essere riportato come basilare nel panorama dell’economia italiana), la famiglia Agnelli, l’amministratore delegato, i facchini e tutto il personale. Lo fece in una serata piovosa, mentre la città si nascondeva. Mise in moto la macchina, e andò a schiantarsi contro un muro. Aveva sentito di un cantante famoso, morto così, sopra un muro, a faccia un giù, accanto al tergicristalli.

Il Signor P. rinvenne all’ospedale. La prognosi riservata fu sciolta dopo una settimana. Tornò a casa. Ma non sapeva che fare. Così passò parte del suo tempo a pensare, e impiegò lo stesso tempo per cercare di dimenticare ciò a cui era arrivato pensando. Le sue conclusioni venivano rigorosamente confutate, durante i lunghi seminari con se stesso. Il Signor. P, uomo di modestra estrazione sociale e lavoratore di stirpe poco illustre, aveva un figlio, come abbiamo già scritto, di nome Signor G. I figli degli operai andavano all’Università, si laureavano, entravano a passi felpati nella scala sociale, e dimenticavano la provenienza. L’origine. Questa era una consuetudine in molte famiglie.

Il Signor G. era diventato primario in un famoso ospedale di una bellissima città italiana, e guadagnava molto sia per le sue indubbie capacità chirurgiche che per le sue indubbie amicizie in ambito parlamentare. Il Signor G. riceveva ogni mese un panettone, una collana o un qualsiasi articolo di gioielleria, e una busta da lettera non intestata.

Quando morì la moglie del Signor P., il Signor G era entrato a pieni voti unanimi nel consiglio d’amministrazione di un ospedale molto rinomato. Guadagnava abbastanza per comprare un cuore, due reni, tre polmoni (caso mai ci fosse il bisogno di un rimpiazzo, non si sa mai), una casa, due case, molte case. Il Signor P. ricevette la seconda lettera dopo molti anni, che diceva sfratto in molti modi. Gli ufficiali giudiziari facevano le ronde (loro sì che le sapevano fare) sul pianerottolo del Signor P. e su quello della Signora F. Comunque finalmente la legge riuscì a vincere l’efferato crimine dei due pensionati terroristi ed evasori. Il Signor G. intanto, mentre il Signor P. si consolava nelle braccia della corposa Signora F., fu convocato da un pm di nome Signor D.P. Un uomo scuro. Un essere crudele. Un Signore che non meritava sicuramente il beneficio della maiuscola.

Il Signor P., dopo essersi consolato a sufficienza tra le braccia della Signora F., seppe del figlio, il Signor G. Poi seppe anche che la grande azienda automobilistica che ha rivoluzionato lo style e il brand e il trend e che è stata molto importante a livello costruttivo e per i posti di lavoro e per il suo ruolo politico, costituita di tante aziende come la “Fisia, Iveco, Fiat Ferroviaria e Cogefar Impresit”, “tutte” aziende “del gruppo FIAT”, avevano versato miliardi a palate nelle mani di uomini esperti, soprattutto “la Cogefar” che, “tra il 1990 e il 1992″, versò “1,8 miliardi per il passante ferroviario”, “1,2 miliardi per la terza linea del metrò e poco meno per un parcheggio”. Seppe inoltre che, “senza contare i “periodici contributi non contabilizzati ai partiti, la FIAT elargiva generosamente, a prescindere da questo o quell’appalto”. Queste cose le venne a sapere grazie al Signor M. T.. Suo figlio invece fu prescritto, e ritornò alla vita di sempre, agli aperitivi e alle auto blu, al viso truccato di qualche puttana per scrannieri (gli abitanti del Paese Scranno).

Il Signor P., come tutti i signori, ha un segreto. Nonostante la quiete in superficie, nonostante i sorrisi appiccicati sugli insulti, nonostante i sospiri seguiti all’umiliazione, è un uomo rabbioso. La cosa è parte del suo fegato; un organo di fibre lese ad ogni angoscia; la rabbia è il bolo che ingoia per non vomitare; e in fin dei conti, pensa lucidando il vetro di una fotografia, c’è riuscito bene.

Ogni sera guarda la televisione. Stiracchia i piedi sul tavolino. Osserva dall’alto le macchie sul tappeto. Va a letto in base alla programmazione notturna. Se c’è qualcosa che lo interessa, resta ad occhi sgranati sul divano. Il Signor P. è anche uno dei pochi signori che pagano il canone RAI. Una tassa irreversibile: se l’hai pagata una volta, sei condannato a non sgarrare. Così l’italiano, homo di ingegno e panza, conferma la sua inequivocabile razionalità – non pago, ergo non pago.

La teoria è il nostro forte, è la nostra pianta del dna, il nostro scheletro che riponiamo ad ogni soffio di vento nell’armadio stretto della Storia. La pratica è un effetto di lungo periodo, che corrisponde più o meno ad una cifra che i grandi esperti chiamano debito pubblico. Poi c’è un’altra cifra, che i grandi chiamano disoccupazione, seguita dall’inflazione. Ma in Italia non ci sono cifre tonde, non è un paese per matematici. Qui siamo tutti filosofi, col pallino dell’obiettività: una parentesi certa di menzogne stratificate, ben pasciute. I fogli di carta sventolati sui nasi degli avversari, dicono tutti (sintomo di una originalità esclusiva) cose diverse, cifre opposte.

Intanto il Signor P. fa i conti con la somma di denaro di nome pensione. Conta, riconta, stiracchia i piedi sul tavolino basso, e qualche volta sbuffa. La mattina si sveglia stanco, gli occhi induriti dalle cateratte. La voce rugosa del tabagista, che risponde all’usignolo in carne di nome Signora F. Vivono in un seminterrato, di 30 mq, di appena 500 euro d’affitto mensile, senza acqua calda, senza riscaldamento. E si consolano come bambini. Fanno la spesa insieme, e la sera, davanti al televisore, contano, ricontano. Sbuffano all’unisono, mentre il Signor P. massaggia i piedi della Signora F.

Un giorno, usciti dal supermercato di una nota catena di supermercati, il Signor P. mostra alla compagna un tozzo di parmigiano. La Signora F. sorride, e accarezza le mani del suo Robin Hood. Non dicono molto, su ciò che fanno. Fanno perché devono fare. Entrano sorridenti, cercando i prezzi tra gli scaffali più bassi. Ciascuno prende un prodotto, che in genere è dedicato all’altro. La Signora F. sa che gli piace la provola piccante. Il Signor P. sa che le piace il tonno in vetro. Agiscono perché devono agire. E quasi gli sembra di essere tornati ai tempi del mercato nero, alla fame nelle strade, col rischio che una guardia ti infili le mani nel cappotto. In un modo o nell’altro, tornano giovani, sul divano illuminato a scatti, sul tappeto macchiato, nel bagno sempre più stretto.

Il Signor P. è appena uscito dal supermercato di una nota catena di supermercati. La Signora F. gli ha chiesto di prendere un trancio di salmone, per questo pranzo di natale. La guardia giurata lo ferma che è già oltre la soglia. Gli infila le mani nelle tasche del cappotto.

Escono dal portone, un vento gelido di tramontana che muove i baveri. Il Signor G. guarda il padre negli occhi. Confonde lo scintillio delle cateratte per soddisfazione. Gli dice, “che vergogna“.