Mio padre scriveva le poesie di notte
Alla Cricca33
Mio padre scriveva poesie.
Una notte scrisse una poesia su mia madre.
Un giorno mia madre se ne andò.
Mio padre scriveva le poesie di notte. Continua a leggere…
Considera la pelle
3 marzo 2008, Molfetta.
Michele Tasca, Vincenzo Altomare, Guglielmo Mangano, Biagio Sciancalepore e Luigi Farina muoiono per lavare una cisterna di proprietà delle Ferrovie dello Stato.
Erano operai specializzati.
Quello che segue è il monologo di una pelle simile ad altre pelli. Davanti alla pelle, magistrati.
Considerato che l’uomo e la donna nascono e muoiono da quando dio o l’acqua hanno sublimato la cenere, e considerato che a volte muoiono corrosi dal veleno o infiammati dalla polvere, e considerato che nel quarantottesimo anno del XX secolo si è considerato opportuno declamare una dichiarazione che considerasse i diritti considerati universali dell’animale sociale considerato inviolabile perché le galassie tremano sulla sua testa e l’orizzonte degli eventi succhia il cuore dei sogni e perché l’umano è pelle e aria e perché voi sedete oggi su pietre lavorate da questa pelle e perché i vostri figli siederanno su altre pietre lavorate dalla stessa pelle, è quindi giusto raccontare la storia di una pelle. Io sono la voce. Voi siete il giudizio. Continua a leggere…
La lingua
Hai la lingua dura
dura coperta e ruvida
dura come un letto di ceci
hai la lingua dura Continua a leggere…
Il mio amico Carlo Carli
Una volta io e il mio amico Carlo Carli eravamo molto amici. Dicevamo sempre “l’altra sera non sai cosa è successo” e “poi com’è andata a finire l’altra sera?” e uscivamo dalle case popolari in cui i nostri genitori si erano riuniti con altri genitori per esercitare il diritto alla casa, quello che secondo i nostri genitori era un diritto universale e inalienabile, proprio come le nostre uscite serali, proprio come i nostri discorsi pieni di racconti e carichi di arrotondamenti. (continua se digiti sul link)
http://www.terranullius.it/home/index.php/racconti/178-il-mio-amico-carlo-carli-marco-lupo.html
Más y más turbación – Claudio Bertoni (traduzione di Danilo Torres Meschi e Marco Lupo)
Le vittorie non contano
Acquista l’antologia CUMSHORT 2 – 1 euro e 99 centesimi
Foto in copertina di Nicola Colonna
Un mio racconto appena uscito sull’antologia CUMSHORT 2, edita da Caratteri Mobili.
Dieci autori, dieci nuove voci per raccontare diverse visioni dell’erotismo.
Racconti di Fernando Coratelli, Domenico Cosentino, Stefano Costa, Pietro Damasceno, Roberto Mandracchia, Letizia Merello, Marco Lupo, Ilaria Palomba, Luca Romano, Michele Sardone.
Costa 1 euro e 99 centesimi.
Scarica e godi. http://www.flows.tv/store/books/content/43|54f9c3d333b122840133b6bcdfe40010 Continua a leggere…
Corde
Corde, ci vogliono più corde
per avvolgere il corpo e poi tirarlo o trascinarlo
corde più dure, corde che costino il giusto
fatte da uomini, corde così.
Così, proprio così ne hanno ammazzati tanti.
Una corda al collo,
una corda allo sterno,
una corda ai piedi. Continua a leggere…
L’autunno è una merda
Gli alberi restano sempre, pensa l’uomo guardando l’erba che cresce e aspetta il sole per bruciarsi, e poi di nuovo crescere e gelare.
Gli alberi hanno visto tutto. Le coppie farsi largo al buio. I bambini correre. I cani pisciare. Gli alberi sono quello che sono.
Il circo, per esempio, il circo è andato via, anche quest’anno, come sempre, da quando lui ha memoria di averne. Il circo arriva con la nebbia e se ne va con il buio. Continua a leggere…
Leggi i MAI MORTI, una rubrica di morti mai morti – solo su www.terranullius.it
http://www.terranullius.it/home/index.php/rubriche/43-mai-morti/149-mai-morti-marco-lupo.html
MAI MORTI consiste in tre brevi coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia o morti perché non c’era bisogno di andare oltre. I tre morti, affrontati in non più di 15 righe ciascuno, sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa. Ciò che importa, dei mai morti, è che il loro spirito striscia nelle nostre carcasse biodinamiche, urla nei nostri incubi, ci cura e ci maledice.
I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.
Gradazioni
Muori. Continua a leggere…
RITRATTI BREVI SCHIFOSI
24 agosto 1999, Lecce, ore 23:15
Si chiama Carla, così si faceva chiamare. 27 anni, come tutti quelli che sono morti a ventisette anni perché erano famosi e suonavano davanti a folle oceaniche e davanti a folle sporche di fango e davanti a una folla fottutamente strafatta. Così è stato per Carla. Continua a leggere…
Puzzato di fame io
Ripeto, puzzato di fame io
cercato portafogli sul lato basso del marciapiede
sotto le macchine calde di benzina
sotto le scarpe da 300 euro indossate senza piangere
da gente che non cerca portafogli, questo è chiaro Continua a leggere…
L’estate stava arrivando e nessuno poteva fermarla
http://www.luoghicomunicollective.com/index.php?/projects/4-lestate-stava-arrivando/
Link al progetto fotografico del collettivo luoghi comuni.
http://marcolupo.wordpress.com/2011/04/26/e-nessuno-poteva-fermarla/
Link al racconto breve che dà il titolo al progetto.
Vladimir Nabokov – introduzione alla letteratura sovietica
«È difficile astenersi dal conforto dell’ironia, dal lusso del disprezzo, quando si considera il disastro che mani remissive, obbedienti tentacoli guidati dal gonfio polipo dello Stato, sono riusciti a fare di quella cosa ardente, libera e fantasiosa che è la letteratura. Continua a leggere…
ossimoro, perfetto ossimoro perfetto
Il tempo esce
dalle teste di pelle
esce il tempo
su strade asfaltate in agosto Continua a leggere…
Aleksandr Danilovič Grinberg (1885-1979) – il fotografo condannato a 5 anni di lager per pornografia
Questa è la storia di un fotografo. Una storia del corpo, dell’immagine del corpo. La rappresentazione del corpo.
L’immagine che diventa rappresentazione di un popolo, propaganda, motore e specchio distorto di un regime che fa di ogni linguaggio un’arma. Era Stalin. Era Mussolini. Era Hitler. Era Oggi.
Dentro la grande storia, nel mosaico di piccoli uomini che si cagano addosso se la diarrea li attacca, nel compendio che ogni essere umano impara presto ad usare, ogni piccola storia ha valore, qualsiasi storia ce l’ha. Oggi come ieri. Come l’altro ieri. Continua a leggere…
Sulle pareti di una squallida stanza ammobiliata (On the Walls of a Dull Furnished Room) – Gregory Corso
I hang old photos of my childhood girls -
With breaking heart I sit, elbow on table,
Chin on hand, studying
the proud eyes of Helen,
the weak mouth of Jane,
the golden hair of Susan. Continua a leggere…
Il primo giorno che torni a casa non è mai una passeggiata
Il primo giorno che torni a casa non è mai una passeggiata
Se dovessi stilare una lista di nomi di cose, dei nomi delle cose che orbitano intorno alla mia esilità (a essere sinceri l’ho già stilata più volte, in questi giorni, e ho anche appurato che le liste stilate al buio, nel proprio letto, con le dita dei piedi che accarezzano le dita dei piedi, quelle sono liste che attraversano il concetto di oggettività per entrare nel mondo dell’onanismo notturno, mentre quelle stilate di giorno, tra la colazione e la cena, quelle sono liste che incutono timore e mordono le caviglie del soggetto pensante che stila liste che nessuno dovrà mai vedere) dovrei aprire molte parentesi, simili a quella che precede, e dovrei anche immaginare un modo per tenere a bada il prurito che si manifesta, certe mattine, non appena apro gli occhi che cerco di schiarirmi le idee su ciò che è successo durante la notte, per esempio, e di chi sia quel bracciale d’argento che mi ha pungolato la nuca durante il sonno incerto.
Do per scontato che molti dei lettori conoscano già le parole scritte da Perec sulle liste. E do anche per scontato che la maggior parte dei lettori ignorino con una calma da serial killer e una curiosità da soggetti in stato vegetativo permanente il nome dell’autore che ho appena citato. Perec.
Questo tizio francese amava i puzzle, gli anagrammi, le etichette dei Pernod scaduti da decenni, le storie degli appartamenti popolati da personaggi bizzarri, barocchi, perechiani.
Ma Perec è morto. Nessuno legge più Perec. Nessuno ama Perec.
Volevo parlare di ritorni e invece ho scritto di liste. Le liste sono piene zeppe di parole. Alcune sono redatte con gli imperativi. Continua a leggere…
Il corrispondente dall’estero
Il corrispondente dall’estero
Il fatto
Non so se fosse chiaro a tutti che quando strisciava sul pavimento, il primogenito di nome X marchiato da segni particolari distinguibili ad occhio nudo, per strada o su quei campi circolari con linee bianche che definiscono vari emicicli, non so se all’uomo che puliva i vetri della villa di fronte, o se alla madre del primogenito che potava le rose in giardino, o se alla sorella secondogenita che si depilava in cameretta con un rasoio a doppia lama usato dal padre per tagliarsi la barba qualche ora prima, non so se a nessuno di loro sia venuto in mente il disegno o la scia che lasciano i lombrichi strisciando, o piuttosto i millepiedi che sono forniti di decine di braccia che sono ricoperte da centinaia di peli minuscoli, non visibili dall’alto né dal basso, se l’osservatore è miope o astigmatico o semplicemente non bada a ciò che sta per schiacciare. Continua a leggere…
“Fottuto Mengele” – un mio racconto pubblicato da Scrittori Precari
So perché racconto questa storia. Nessun altro potrebbe.
La storia inizia con due gemelli monozigoti. Stanno giocando nella camera da letto dei loro genitori. Hanno sette anni, sono alti come la tacca segnata sul muro in cucina, sono biondi e hanno gli occhi verdi. Stanno infilando le mani nell’armadio dei genitori. Da una parte, a sinistra, ci sono i vestiti della madre, le camicette, i tailleur, le gonne. Dall’altra, a destra, i pantaloni del padre, le camicie, i pullover, le giacche. Il gemello A si sbottona i pantaloni e li lascia cadere a terra. Si infila una gonna blu. Il gemello B lo aiuta con la cerniera lampo. Il gemello A chiede al gemello B come sto? Continua a leggere…
1a puntata di un serial letterario scadente: L’UOMO CHE VENDEVA ASPIRAPOLVERI
Il vecchio e la vecchia. Li chiamano così i vicini. I vicini sono convinti che il vecchio e la vecchia siano molto più vecchi di quanto dicano di essere. Vecchi, vecchissimi. La vecchia ha la pelle ricoperta da semi di girasole. Il vecchio usa un inalatore ogni 45 secondi. Gli occhi ce li ha neri, il vecchio. La vecchia si è innamorata del vecchio per via degli occhi, dicono i vecchi superstiti, quelli che conoscevano il vecchio e la vecchia prima che invecchiassero. Il mondo era meno stronzo, dicono i vecchi. Anche il vecchio e la vecchia lo pensano. Il mondo era meno brutto. Ho conosciuto il vecchio e la vecchia una sera. Continua a leggere…
Un acquario a colori
A fine anno suo padre e sua madre annunciarono che si sarebbero separati.
Sua sorella smise di fare i compiti, lasciò il quaderno aperto sul tavolo, smise di masticare la piccola gomma rosa della matita e fissò a lungo il televisore spento.
Lui chiese al padre perché lasciava la madre e alla madre perché lasciava il padre.
È la vita, dissero entrambi.
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Morfina – un racconto di Friedrich Glauser riscritto da Marco Lupo
Morfina
Friedrich Glauser 1932
Marco Lupo 2011
James Crumley ha scritto che saccheggiava Chandler a piene mani, e che lo diceva anche Eliot: «i cattivi scrittori copiano, i buoni rubano. Questa, lui l’aveva rubata a un poeta francese».
Tutti dovremmo fare lo stesso con Glauser. Lui ti trasporta nei manicomi, a vedere il muco incrostato su i muri, a sentire le cinghie strette del lettino, la camera di isolamento con la luce sempre accesa. Lui ti fa vedere un dito tagliato da una cesoia, in una serra dove i giardinieri lavorano duro tutto il giorno. Sudi con lui e ti succhi il sangue.
Lui scrive i suoi racconti e tu scrivi le sue perizie psichiatriche. Ti chiede, cos’è che spinge gli uomini alla costrizione, alla prigione. Lui è un pericolo per la comunità, la sua mente troppo lucida, tormentata, inibita. Lui dovresti leggerlo, e poi sentirti vivo. Continua a leggere…
Qui dove non sono ancora stato
Qui dove non sono ancora stato
Non c’è modo di dimenticare al tramonto. Il tramonto brucia la carta che hai tra le dita, infila ripetutamente la sua luce nei tuoi anfratti acquosi. Sbircia nel passato. Muove correnti che portano la notte. Gabbiani pasciuti e ancora affamati. Porta il suono dell’acqua irrigata nei giardini, accompagna il ciabattare di uomini di mezza età, camicia sbottonata dal primo al quarto bottone, maniche ripiegate con la cura del giorno, del farsi vedere.
A quest’ora lui si mangia i denti e guarda le pieghe della birra nel bicchiere. Gli amici, una setta di romantici ubriaconi, feriti e pieni di segatura, usciti di casa da poche ore, prima che il cielo si trasformasse in un acquario tropicale.
La scorta del primo ricordo lo colpisce con un upper-cut. Il mento è perfetto. Sale. Scende. Una leggerissima scossa d’assestamento. E di nuovo la stessa posizione. La birra gialla nel bicchiere, il tramonto sulla testa profumata, i piedi nudi sul terrazzo.
Da qualche parte Dies Irae. Ovunque la terra gira e insieme sta ferma.
Non sono ancora stato qui, dice la targa che mi porto in fronte. Non sono ancora stato qui, dove dovevo andare. Dove dovevo cambiare. Le cose che dovevo cambiare non sono facili da spiegare. Il lettore ha bisogno di spiegazioni. Le richiede. Smania per averne. Tra estremi aneliti. Così il mattino dopo l’uomo guarda ancora lo stesso bicchiere, i piedi nudi sul pavimento grigio seppia, la scia del liquido giallo incrosta le pareti di vetro. Dies Irae scomparso dai timpani, ma sognato nella notte fresca. La pioggia a intervalli regolari. Grondaie gocciolanti.
L’uomo guarda il fantasma che tocca la teiera mentre lui versa caffè bollente nella tazzina sbeccata. Sbeccata. Motivetti floreali. Strisce blu. Calzini. Indossare calzini.
Così, perché il lettore lo esige, succede qualcosa. Il fantasma dice di smetterla con i ricordi, smettila con i ricordi, dice il fantasma. Continua a leggere…
Editoriale #3. IL PICCOLO MICHAUX al Salone di Torino.
Il viaggio così come è andato veramente, almeno secondo Pier Paolo Di Mino.
Del resto non andare al Salone di Torino, con lo struscio in mezzo ai banchi, il chiacchiericcio da bar sport in salsa aulica, la festa di Minimum Fax, e tutte quelle strette di mano fra bella gente, è come non vedere il Festival di Sanremo: astrarsi dai piaceri delle vecchie casalinghe a cui non sono più rimasti nemmeno i rammarichi è un tirarsi fuori dalla mischia comunque pericoloso. Continua a leggere…
Esce oggi, lunedì 16 maggio, IL SENSO DEL PIOMBO, un romanzo di Luca Moretti
“Mi chiedete chi è Carlos Reuteman, se esiste un’organizzazione dietro questa sigla. Rispondo no, non è stata la sigla di un’organizzazione unica, con organi dirigenti, con capi, programmi e riunioni periodiche. Non esiste un’organizzazione che abbia questo nome e che sia comparabile alle Brigate Rosse o a Prima Linea. Non esiste nemmeno un livello minimo di organizzazione. Ogni gruppo armato che si è formato anche occasionalmente nel nostro ambiente, fosse anche per una sola azione, ha potuto usare questa sigla. D’altra parte non c’è stato modo per impedirlo. Mi chiedete se siamo o siamo stati fascisti, vi rispondo che i fascisti del dopoguerra non sono mai esistiti e che candidamente qualcuno può solo aver pensato, o per meglio dire immaginato, di essere fascista. Di Mussolini non me n’è mai importato niente: non ho mai pensato che fosse una gran persona. Quando sentivo dire: “uccidere un fascista non è reato” non pensavo al duce o al ventennio, ma all’unica persona fascista che conoscessi, mia madre.”
Guarda il booktrailer girato da Elio Bruno.
Leggi l’intervista di Gianluca Liguori a Luca Moretti.
Nel 2010 Luca Moretti e Toni Bruno, fumettista, scrivono il graphic novel Non mi uccise la morte, sul caso Cucchi, edito da Castelvecchi.
Nel 2011 Toni Bruno disegna tra tavole ispirandosi al romanzo IL SENSO DEL PIOMBO – Armamentario privato (dell’azione)
Cartolina del Lupo, 4 maggio 2011, dall’appartamento di un esule argentino
Cartolina del Lupo, 4 maggio 2011, dall’appartamento di un esule argentino
Non so perché guardo il sicomoro o perché sposto lo sguardo verso lo zuccotto pieno di yerba de mate e acqua calda, non so perché penso a Bolaño mentre lo leggo, ma so che dice una cosa, a proposito degli esuli: “forse tutti noi, scrittori e lettori, diamo inizio al nostro esilio, o almeno a un certo tipo di esilio, quando ci lasciamo alle spalle l’infanzia”.
ASSENZE – script di una mostra di Maurizio Prenna
Mutazioni
1)
Sembra difficile da capire, ma Darwin ti ha cambiato la giornata. Dopo, quando hai posato lo sguardo sulle panchine e sulle ombre dei corpi seduti, li hai visti con un altro spirito: come scheletri rotondi dipinti di carne, immobili, mentre l’aria attraversa le ossicine. Ecco, hai pensato a quanta bellezza può esserci in una giornata darwiniana come quella.
2)
L’acqua è fredda, il fondo oscuro, lontano.
Lì, strati di corallo rosso disegnano un percorso a forma di L.
Qui, banchi di pesce guidati da tonni salgono in superficie e salutano il sole.
Uccelli partiti in volo da scogliere bianche cadono in picchiata nell’acqua piena di pesci.
Questo è il ciclo che accade in un tempo infinito, lunghissimo, se lo paragono alla vita di mia nonna.
Le cose che accadono
Le cose che accadono
Non cresceva. Gli avevano detto che sarebbe ricresciuta.
A marzo del 2011, il 4 marzo, mentre i nati in Pesci festeggiavano compleanni e rispondevano agli auguri su facebook, quel giorno lui misurò il vuoto che sostituiva la mano. Niente.
Uscì sul portico che suo padre aveva costruito con premura, prima di morire in un incidente domestico. Il marmo del pavimento bianco e nero, le mattonelle sporche di sabbia subsahariana. Un tavolino da giardino rovesciato su un fianco. Il dondolo scartavetrato in agosto. Un cestino di plastica, blu, con dentro delle cesoie, le cesoie di suo padre. Quel 4 marzo lui iniziò una nuova vita. Imparò a potare i rami e in seguito lesse qualche manuale di botanica e infine diventò un giardiniere, un bravo giardiniere.
E nessuno poteva fermarla
C’era stata la pioggia infinita, due anni prima. Le pareti segnavano 30 centimetri di acqua. La linea nera della muffa diceva cose importanti.
Il padre, la madre e la figlia avevano cercato di salvare i mobili alti comprati qualche mese prima, il lungo bancone in legno, la macchina del ghiaccio che non era mai entrata in funzione, i frigoriferi parcheggiati nell’angolo destro, vicino all’ingresso, la cassa digitale. Tutto era stato contaminato. Il padre chiamò un tizio che aveva un furgone. La madre chiamò il fratello, un tipo in pensione che faceva l’imbianchino per arrotondare un po’.
270 gradi al forno
Stai preparando un antipasto misto:
ricicli pachino da una pila di tramezzini, riempi il fondo del piatto di foglie di lattuga, prendi una manciata di olive, spieghi quattro fette di crudo, dure e incartapecorite; la manopola della temperatura del forno segna i 270.
Sudi, e t’asciughi col dorso della mano. Non hai guanti, perché sono finiti. La lavastoviglie ha smesso di sterilizzare una ventina di piatti piani. Li sistemi nelle mensole metalliche, due sono in basso, alla tua destra, la terza è in alto, alla tua sinistra.
La radio trasmette un pezzo dei Police. Ogni tanto camerieri e cameriere entrano nel tuo regno, svuotano i resti nel contenitore dell’organico. Hai appena ricevuto una comanda: 3 porzioni di patatine fritte, due hamburgher, una pizza quattro formaggi.
Giocatori
In agosto il paese era vuoto, deserto come certe tele del Turner, col cielo un po’ confuso che cade sulla terra e la velocità del calore che provi a calcolare mentre attraversi la strada.
Il paese in quei giorni assomiglia di più all’idea che ti facevi da piccolo, su come non dovrebbe essere il posto in cui vivi.
Tu, il basso e quell’altro giocate a calcio in una piazza dove c’è un distributore di benzina abbandonato da tre anni e un monumento ai caduti della Grande Guerra, con gli elmetti i cavalli la lista dei morti e le bandiere tricolore sfilacciate, indifferenti allo scirocco che spira caldo, umido.
Il basso sta in porta, indossa le ginocchiere di sua sorella Anna, che ogni tanto andate a vedere quando gioca a pallavolo alla palestra della scuola media Ugo Foscolo, dove nell’atrio c’è un busto del poeta che ha i capelli lunghi e una bella faccia con le basette lunghe.
Trilogia per due attori in un giorno qualsiasi
GENETLIACO DI PIER PAOLO DI MINO – UNA PRODUZIONE MANDRACCHIA/LUPO
Quando, secondo De Sade, il papa sodomizzò un tacchino
«- Sì -, rispose Benedetto XVI con voce pacata. – È un metodo noto da secoli.»
IL DILEMMA DI BENEDETTO XVI – Herbie Brennan, 1975
Salvo. Sono nel buco oscuro di una faccia luminosa. Esco dall’occhio stringendo le gambe. Muovo le dita dei piedi alla luce, nel giorno.
Salvo. Mi sono schiantato sugli occhi di un mio simile umano, non troppo. Le sue mani hanno raccolto la mia bile.
Le sue corde hanno parlato per le mie orecchie. Umano ma non troppo, il mio salvatore.
I padroni sono umani. I capi sono umani. Persino i parenti sono umani.
I migliori anni della nostra vita
L’adolescenza è tragica perché tu sei sempre in attesa che succeda qualcosa.
L’adolescenza sei tu che aspetta che succeda qualcosa.
L’adolescenza sei tu che aspetti che succeda qualcosa.
Perché è tragico che tu aspetti qualcosa mentre l’adolescenza sei tu che aspetta che succeda qualcosa e sei sempre in attesa che l’adolescenza non sia più tu.
Favola per mio fratello
C’era un periodo della mia vita in cui inventavo storie per mio fratello Andrea, due anni, soprannominato Gorbaciov per via di una voglia rossa sulla fronte. Questa è la storia che preferiva:
per la popolazione che abitava la regione del Culbercaz, i Dughirak, le uniche porte comunicanti con il sottosuolo erano i vulcani. Perciò, una volta all’anno, ogni 1576 giorni (l’equivalente di 4 anni nel nostro emisfero), lo sciamano, che nella lingua dei Dughirak si chiamava Saldimvanc, sceglieva in una notte senza stelle il prescelto, che nella lingua dei Dughirak si chiamava Fotfot, il quale veniva calato nella bocca del vulcano prima che il sole ne scaldasse la cima.
La ragazza poi è esplosa
La ragazza poi è esplosa
Quando un uomo ha un coltello che penetra il suo corpo è difficile dire cosa succederà.
L’uomo potrebbe sfilarlo lentamente, ma il sangue lo prosciugherebbe.
L’uomo potrebbe lasciarlo lì dov’è, e vedere cosa succede.
Il coltello si chiama Coltello Scubapro Mako Titanio, il prezzo di listino è di 99 euro, ma lo si trova facilmente a 79 euro. La lama misura 8,5 cm, e nelle istruzioni probabilmente c’è scritto che è anche un pratico apribottiglie.
La quotidianità di uomo con un coltello infilato nel costato è sicuramente difficile, vediamo perché:
“Monologo per corpo di donna, voce di donna” letto da Carmen Iovine su www.fusoradio.net
Stralcio del cap. XVI del romanzo quasi terminato
Era il 29 giugno 2009. La notizia riportata su un quotidiano romano diceva, «Roberto Micheletti ha deposto “manu militari” il legittimo presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya. I dimostranti hanno bloccato i centri nevralgici del paese. Le manifestazioni contrarie al golpe crescono di ora in ora».
Luis immaginò l’asciugamani del presidente, le molecole ruvide che ne riempivano il tessuto, l’inerzia con cui si lasciavano strofinare, il rossore di certi parti del corpo come le ascelle e il petto, le cosce e i glutei.
Immaginò i capelli persi dal presidente durante la doccia, sotto lo scroscio d’acqua calda, capelli scivolati da un angolo all’altro per essere poi risucchiati da un vortice lento, e li vide resistere aggrappati alla superficie.
Stralcio dal romanzo quasi terminato
Dev’essere così: un giardino senza terra come quello può esistere solo in certe terrazze, in città densamente abitate, vivo nei vasi e nei sottovasi, nelle craste di tufo, nelle anfore d’argilla traforata, un giardino popolate da zanzare tigre e scarafaggi volanti, un giardino di Roma.
Oleandri, rose selvatiche, pomodori San Marzano, pomodori ciliegino, pomodori verdi, limoni, pini, magnolie, cespugli di bacche verdi o rosse o anche gialle, fichi neri, fioroni, piante dal fusto tozzo di cui non si sa il nome, peschi, ciliegi, peri, ortensie, aromi che da un filo di radice diventano rami popolosi, e quindi alloro, salvia, rosmarino, e molti (una decina forse) gerani, e molte altre piantine distribuite sulla superficie di 65 mq.
Un vento leggero, piacevole
Racconto una storia.
Prima di raccontare la storia però devo dire che i portieri sono i custodi del giorno, quelli che riconoscono il suono dei tacchi della signora del terzo piano e l’odore di cavolo bollito con aceto bianco e pepe nero del signore del quinto piano.
Prima di iniziare veramente nel racconto di questa storia devo dire che i portieri stanno morendo. Non ci sono più portieri a cui chiedere quando cerchi casa e loro ti dicono ecco, proprio qui, se passavi tre giorni prima, invece no, non ci sono più portieri così, che ti facevano tre domande fondamentali, chi sei, chi cerchi e ha capito? (la terza persona la declinavano una volta accertata l’identità e il perché della vostra presenza; ha capito? in riferimento alle indicazioni che ti davano per trovare l’appartamento della persona che cercavi, nella scala da lei/lui vigorosamente indicata). Ecco. I portieri stanno sparendo.
Monologo per corpo di donna, voce di Donna
AVVISO IMPORTANTE:
Se sei ottusa/o, se sei bigotta/o, se non sai come si calcola il tuo livello di ipocrisia, se pensi che la volgarità sia volgare e basta.
Se sei citata/o qui sopra non leggere qui sotto. Non farlo. Se pensi che certe cose andrebbero censurate mandami un messaggio con il tuo indirizzo. Continua a leggere…
Harold Pinter, 2005, Stoccolma, gli viene conferito il premio Nobel. Pinter dice ciò che va detto.
Harold Pinter – Stoccolma – 7 dicembre 2005 |
“Nel 1958 scrissi ciò che segue:
‘Non vi è una rigida distinzione tra ciò che è reale e ciò che è irreale, tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una cosa non è necessariamente vera o falsa; essa può essere vera e falsa insieme’.
Credo che ancora oggi queste asserzioni abbiano senso e si applichino all’esplorazione della realtà attraverso l’arte. Perciò come scrittore rimango loro fedele, ma come cittadino non posso farlo. Come cittadino devo chiedere: che cosa è vero? Che cosa è falso? Continua a leggere…
Il giorno in cui nulla cambiò
Lo scrittore italo-tedesco Markus Maria Wolf sentì la zaffata provenire dal membro.
Era in bagno, un bagno con le piastrelle verde acqua e le mattonelle decorate come se quella stanza fosse destinata a un bambino, invece che a un bagno. Wolf sentì l’odore del primo scroscio di urina, l’acidità dell’ammoniaca, dell’azoto ureico e degli aminoacidi totali concentrati nel fluido giallo.
Cercò Biancaneve tra le mattonelle in alto a sinistra, poco sopra la sua testa.
Biancaneve aveva la pelle bianca e le guance rosse, mentre i nani galleggiavano nella teoria di piastrelle quadrate piazzate in ordine di scacchiera. Biancaneve figurava sempre più in alto dei nani, mentre i nani erano sempre alla base della composizione.
Tre delle pareti raffiguravano la favola. La quarta era bianca e ospitava la doccia. Continua a leggere…
Consigli alle donne mafiose
Questo pezzo si ispira a un pezzo di Martin Crimp. L’ho letto una sera che pioveva, davanti a Palazzo Farnese. Davanti alla casa di Previti, più o meno. Ero su un palco. Dietro di me splendidi musicisti. Loro si chiamavano Enenvolvo. S’era accettato di fare questa cosa perché la si voleva fare. Non è che una manifestazione pro Saviano cambiasse tanto le cose. Le cose infatti non cambiarono. Le facce degli spettatori, soprattutto.
Cartolina del Lupo, 2 marzo, da una stanza che si trova in una casa che si trova in una strada che si trova in un quartiere che si trova in una città in cui c’è il Colosseo, ma non è il Giappone.
Oggi il cielo è strettamente sorvegliato da quelle caramelle gommose bianche cadute a terra e impestate di polvere, mentre la terra sembra un tronchetto di liquirizia, tutta sfilacciata, masticata, le coste assomigliano a fiordi di torrone e l’acqua, l’acqua è gelatina blu, tipo blu viakal.
La passione
Mi chiamo Mario e conservo le immagini di ogni apparizione in tutti i luoghi del mondo, le fotografie dei viaggi esclusivi, la testa piegata di un uomo che sa parlare con gli animali.
Le sue pantafole profumate di incenso, che una volta ho cercato di comprare per mio sfizio e che invece non sono del papa ma di un qualsiasi uomo.
Ho un assortimento di interventi e frasi importanti, degne di essere ricordate per l’eternità. Questa, è inutile nascondercelo, è un’epoca di alienazione atea e materialista, e quelle pantofole significano molto per me.
Istruzioni per far fuori le termiti
ISTRUZIONI PER FAR FUORI LE TERMITI
«Perché l’unico modo in cui si può parlare del niente è di parlarne come se fosse qualcosa, così come l’unico modo in cui si può parlare di Dio è di parlarne come se fosse un uomo, e l’unico modo in cui si può parlare di un uomo, persino i nostri antropologi l’hanno compreso, è di parlarne come se fosse una termite.»
SAMUEL BECKETT
Come è bianca la parete, che la luce le cade addosso senza fare una piega.
Come è sporco il posacenere, che le carcasse spente non fanno in tempo a sentirsi a casa.
Lei è seduta come tutti i pomeriggi su un divano verde smeraldo. Ha i piedi appoggiati sul tavolino in bambù. Le unghie smaltate di rosso che inizia a cadere.
In questa casa, pensa come è bianca la parete.
In questo pomeriggio, dice come è sporco il posacenere.
“Torbellamagica” – lo sguardo di una ciclista che pedala tra le rovine del presente
Questa è la prima delle storie degli altri che pubblico su questo blog. Le storie degli altri sono le storie degli altri. Questa è di Elena Dobrilla.
Giro in bicicletta attraverso uno dei quartieri più brutti del mondo (ne sono quasi sicura): Tor Bella Monaca – “Torbellamagica” nel titolo di una mostra di fotografica a lei dedicata.
Uscita dal cancello del consorzio che divide i buoni dai cattivi, lasciata ogni speranza, mi tuffo nel delirio della Casilina; passo sotto l’orrido cavalcavia, che in quel punto la sopraeleva, facendo attenzione a non finire sotto il 511, e imbocco via di Torbellamonaca, uno stradone a quattro corsie che cammina tra due muraglioni di cemento alti almeno tre metri completamente coperti dai coloratissimi e tristissimi disegni dei “writers”: teschi enormi, “tag” indecifrabili scritti con grasse lettere indecifrabili, donne con tette esplosive, supereroi di ogni tipo, ragni mostruosi, neonati urlanti e “cannoni” giganti.
Un racconto pubblicato da Scrittori precari…
Cartolina del Lupo, 23 febbraio, su un materassino ikea, gonfiabile in pochi minuti
Qualcuno diceva che il diavolo è l’amico che non resta mai fino alla fine. Era un amico di qualcuno, quel qualcuno. Stanotte ho dormito su un materassino ikea con il dorso argentato. Il proprietario del materassino ha premuto il soffietto con le mani, prima di sprimacciare un asiugamani, infilarcelo sotto e colpire con il piede, centrando per bene la superficie rigata. Un rumore di asma totale, un urlare di branchie ferite, sembrava. Poi il proprietario è andato a dormire dicendo ho sonno. Mi sono steso sul materassino tumescente e ho aperto un libro. Fuori la notte frugava tra i lampioni. Ho pensato a quello che resta di me, oggi, su questo materassino argentato, su questo pavimento dalle piastrelle a forma di toblerone. Ho pensato alla faccia del re. Ho pensato al sonno degli amici. Ho pensato che il lavoro debilita l’uomo, e anche la donna. Ho pensato al tavor. Ho pensato al fiotto che brucia la gola. Ho pensato alle cose che partono quanto tu sei fermo. Ho pensato al mondo, al cane che chiamiamo mondo, al mondo cane che chiamiamo amico, al miglior amico del cane, l’uomo.
Ho pensato che stanotte esco e vado in piazza. Mi infilo il cappello che mi ha lasciato mio padre. Indosso le storie che mi ha raccontato mio nonno. Ho pensato che vado in piazza e compro del ghiaccio da un pescivendolo e poi lo vado a lanciare sul fuoco che brucia senza affumicare. Ho pensato di farlo, stavolta. Ma poi ho dormito, come tutte le notti, come tutti i diavoli.
La signora Renzi (da “Interni”)
La signora Renzi è appena uscita dalla doccia. Lo sanno tutti.
Sanno che è uscita dalla doccia per via della luce.
Il vicinato s’arricchisce le pupille guardando nelle scale filtrate dai merletti appesi al vetro.
Loro sanno che è nuda, sicuri che anche la signora sappia.
Quindi, tutti sanno della sua nudità. Tranne il marito, che indossa un abito di fresco lana e lavora fino a tardi.
La signora Renzi sa che il marito tarderà. E come tutte le sere, lo precederà qualcun altro. Nelle lenzuola, nel battito di piedi.
L’uomo che taglia i capelli (prima parte)…
L’uomo che taglia i capelli (prima parte)
Un tizio con i capelli che esplodono nel cappello ereditato dal padre, un cappello di lana blu con banda verde, scende lungo via del Pigneto in contro senso, su una bicicletta che ruggisce dai parafanghi arrugginiti e che non sembra voler capire il limite della sua ontologia. Rimpicciolisce gli occhi, il tizio, perché il vento penetra la sua sinusite che penetra i suoi condotti lacrimali, che fanno ciò che dovrebbero fare in condizioni di stress emotivo. Quindi il tizio con i capelli che esplodono nel cappellino da pescatore pedala e incalza la bicicletta sulla strada che porta da casa sua al posto in cui sta andando.
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Posti troppo piccoli
Su una cyclette
Ma i pianeti sono posti troppo piccoli per quelli che ci vivono.
Le strade non cambiano, i garage hanno sempre la stessa luce, tutte le cose sono sotterranee, e il mondo resta così, uguale, con poca luce.
Cos’è che fa dire a un uomo che la sua casa è pulita e quella del vicino non lo è.
In cosa il discorso di uno convince più del discorso dell’altro.
Abbiamo troppi pochi argomenti per un posto piccolo e tranquillo come il mappamondo.
Se da piccolo hai avuto un’infanzia felice, qualcuno ti ha preso l’indice e ha indicato la sfera che gira, poi t’ha detto di scegliere un punto, e tu ad occhi chiusi hai fermato la sfera con la punta del tuo dito.
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Il link della trasmissione andata in onda ieri pomeriggio su fusoradio.net…
..in cui Luigi Tabita legge tre miei monologhi da “CASI”:
http://www.fusoradio.net/ascolta_flash.asp?fn=http://mirror.fusolab.net/~saverio/fusoradio/6810.mp3
1° monologo dal primo minuto;
2° monologo dal 35° minuto;
3° monologo dall’84° minuto.
L’uomo volante
I.
Quando ti senti così, come se fossi le labbra di qualcuno costretto a trangugiare un caffè troppo caldo da una tazzina bollente, che ustiona le labbra e che fa pensare molto a perché certe abitudini si radichino, e al perché certe mode siano più fortunate di altre, o forse solo più longeve.
Quando ti sei bruciato le labbra sulla tazzina e la lingua con il caffè, quando hai pagato per macchiarti la lingua e screziarti le labbra, quando sei uscito dal bar salutando come se ti avessero fatto un piacere, quando ti sei guardato in una vetrina e hai visto le grandi labbra crescere e gonfiarsi e diventare così grandi da non sembrare più labbra, ma escrescenze di carne carnivora, una carne livida, irriconoscibile, tutta tesa a ingoiarti.
L’estate, agosto, un piccolo lago, la musica classica
Immagina un lago, un piccolo lago, un anello bianco intorno al lago, molecole d’acqua appese all’anello. E un paese di venti case
devi immaginare, intorno al lago, sotto un monte rugoso, davanti ai pontili che resistono con le gambe nel liquido misterioso.
Immagina i lampioni di notte, il colore che ingoia gli angoli, un unico banco di nebbia tremante che nasconde le case, il bar, il negozio verde, il pergolato giallo, l’edicola.
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Storia del giudizio universale così come l’ho visto io
Non abbiamo nessun tipo di certezza su ciò che riguarda i processi mnemonici che seguono gli eventi collettivi, i fatti che una porzione di popolazione mondiale ricorda per anni, per decenni, per millenni, o in qualche caso solo per ore. Non sappiamo molto su questo argomento, ma conosciamo la prassi che segue e consolida i ricordi collettivi. La prassi consiste più o meno in tre domande.
Tu dov’eri quando è successo?
Tu che facevi quando è successo?
Tu con chi eri quando è successo?

Torta di compleanno
Nella nostra piccola cucina la luce è buona a qualsiasi ora, d’estate, mentre d’inverno basta appena a fare colazione. Infatti da novembre a febbraio bisogna accendere la luce, se si vuole vedere quello che si fa. L’anno scorso, per esempio, abbiamo dovuto usare la luce artificiale fino a marzo. Quest’anno, invece, sembra che presto ne faremo a meno, prima della fine di febbraio. Le giornate si stanno allungando e il sole aspetta sempre di più a diventare luna. Continua a leggere…
Un altro modo (racconto scartato dai tipi di Subway, nell’anno 2010)
UN ALTRO MODO
Il ristorante cinese in cui lavorava Giulia si trovava in un quartiere residenziale, a poco meno di un km dal limite della zona centrale. Il quartiere pulsava vita durante la settimana, denso com’era di famiglie e studenti.
Ma il venerdì sera, poco dopo le sei, l’aria si rinsecchiva, le macchine sparivano per almeno 48 ore, le saracinesce sbarravano il passo alla luce, e tutto ciò che lo rendeva un quartiere vivibile nei giorni feriali, scompariva. Continua a leggere…
La rivista Terra Nullius mi ha pubblicato un altro racconto…
Il racconto è “Nella terra dei diprodonti”:
http://www.terranullius.it/new/index.php?option=com_content&task=view&id=815&Itemid=30
NON MI PIACCIONO I CICCIONI PERò NEANCHE TANTO I MAGRI
NON MI PIACCIONO I CICCIONI PERò NEANCHE TANTO I MAGRI
Se solo avessi voluto (in testa ho la parola potuto, perché penso sempre che qualcosa mi impedisca di fare qualcos’altro, chissà perché), mi sarebbero bastati 40, che dico, 30 minuti al giorno di palestra.
Ora, io non sono palestrato, non mi vedete ma ve lo posso assicurare. Non sono grosso perché non ho potuto. Sono magro. E ho la testa piccola. Perciò mi faccio crescere i capelli, perché la mia testa è piccola e allungata come quella di un uccello con la testa piccola e allungata. Non so niente di uccelli. La mia ragazza sì. Lei dice che non ho la corporatura giusta, dice che la carne sulle mie ossa non è abbastanza, dura.
Quel pranzo lì
La facciata del palazzo assomiglia a quelle lattughe che compri dal fruttivendolo tunisino: foglie lunghe bucherellate da minuscoli insetti che brucano a casaccio. Ci assomiglia nel senso che la facciata del palazzo è tutta mangiucchiata dai tarli, dai colpi di mitragliatrice, dalle raffiche supersoniche, dal vento che non accarezza niente, dal sole che brucia i panni e dalla pioggia che li fa tremare.
DIARIO MINIMO DA BORGIO VEREZZI (cronache di un suggeritore)
Borgio Verezzi (5 luglio, ore 17:05).
La fermata che lo precede si chiama Finale Ligure. A sinistra il mare. A destra le colline. L’albergo delle Rose mi ricorda le vacanze romagnole, anche se non le ho mai fatte. La camera è minuscola, caldissima. Un televisore Phonola mi scruta torvo dall’alto. Sul letto singolo hanno piazzato un quadro – vista panoramica dall’alto della costa e delle luci al crepuscolo – di un certo Vincenzo. Una cassaforte con combinazione digitale piazzata sopra al telefono bianco della sip mi ha scoraggiato, poi mi ha adulato, e così ci ho infilato dentro il telecomando. Poi l’ho chiusa digitando un pin molto comune. Poi ho cercato di riaprirla. Ho sentito l’urgenza di chiamare Pippo, l’uomo che sta al banco dell’accoglienza. E’ molto gentile e mi ha detto tre volte benvenuto. Ha anche detto che manderà qualcuno. Gli ho risposto che va benissimo così. Va tutto benissimo. Continua a leggere…
Cape d’menchie
Corre con i goccioloni di pioggia che gli scavano la fronte. Corre sulla strada che prima gira a sinistra e poi a destra, e non cade. C’è un punto in cui scivola, sotto una tettoia di lamiera, di fronte a un bar chiuso. Continua a correre e attraversa un cavalcavia e poi la strada si divide, e lui non sceglie, corre e basta. Va a sinistra, perché ha visto che su quel tratto non c’è marciapiede. Corre sul lato destro della carreggiata. Una macchina suona. La luce dei fanalini di coda lo saluta mentre s’allontana. Continua a leggere…
La guerra
Mia madre aveva appeso l’accappatoio sull’angolo dello specchio. Era un segnale.
Mio padre aveva telefonato. Mia madre aveva risposto. L’avevo vista ascoltare la sua voce di catarro. Stavo giocando a PLAYSTATION, era appena esplosa un’autobomba, avevo due morti e 6 feriti. Dovevo arretrare sulla linea di un viadotto. Mia madre disse di farmi una doccia. C’era sangue dappertutto. Mi riusciva difficile vedere i cecchini, che s’erano piazzati sui tetti dei palazzi cadenti. Chiesi un rinforzo via mail. Due tank per creare una linea di sbarramento. Mio padre entrò e disse che voleva sapere se avevo finito i compiti. La risposta via mail del comandante Coleridge non era affatto positiva. Continua a leggere…
Miracoli non ne ho visti (a me le poesie poetiche non mi piacciono)
Miracoli non ne ho visti
e neanche elefanti, se è per questo,
ho un lavoro e non posso permettermi di andare a cercarli,
gli elefanti, e i miracoli,
e la mia casa è giallognola e i vicini pure, e nessuno mi invita a cena. Continua a leggere…
Jim Colder
Jim Colder
Gli Studios sono sul lato opposto della strada. I pioppi hanno la corteccia macchiata, sono malati, e fra un po’ verranno a dargli l’estrema unzione. Siedo nel bar dove siedo ogni mattina da 35 anni. Da quando vengo a fare colazione qui ho visto 12 barman, 28 camerieri, tre gestori, 6 insegne, due monete. La strada invece è rimasta intatta. Lo stesso asfalto, la stessa gioielleria all’angolo, la fontana in fondo, i palazzi primo novecento. E’ rimasto com’era, questo pezzo di Roma. Continua a leggere…
Die Trabi (una vera storia vera)
Da qualche parte in Italia
Quando la strada è piatta non ci sono macchine in giro.
Gli autogrill lo aspettano con quelle porte che adora perché si aprono se passi sul raggio della fotocellula.
Al banco degli affettati c’è una ragazza che ha dovuto coprire i suoi capelli rossi e ricci con una cuffietta bianca.
La segnaletica tra un posto e l’altro sembra quasi chiara.
Percorre la distanza tra il casello, l’uscita e la stazione di servizio nel minore tempo possibile. Continua a leggere…
Storia immaginaria di tombini e altre cose (le opere sono di Virginia Carbonelli)
«..ma qui il sottosuolo ha otto strati. Dobbiamo trasformarci in archeologhi, in speleologhi..»
L’INGEGNERE DEI LAVORI ALLA METRO
DA “ROMA”, DI FELLINI
La mia ragazza ha capelli castani e occhi verdi.
Le piacciono le cose pacchiane, per esempio adora un paio di scarpe dorate che vanno molto oltre il senso comune del brutto.
La mia ragazza ha la pelle chiara, e una delle cose che preferisco, della sua faccia, ha la forma di un buco sul mento, e quella fossetta mi piace così tanto che quando la bacio riesco a non pensare a Kirk Douglas, unto e sudato, tutto preso dall’uccidere gladiatori in un’arena polverosa. Continua a leggere…
Non è un posto per cinesi
C’era la tovaglia rossa con le renne, le slitte e i bordini dorati.
Qualcuno per strada suonava il clacson.
C’erano bicchieri pieni di vino bianco e salmone affumicato nei piatti.
Il padre spalmava noci di burro sulle fette di PanCarré tagliate in triangoli e private del contorno.
La madre stendeva le liste di salmone sul letto di burro.
Una grattugiata di pepe e del limone spremuto.
Qualcuno per strada suonava il clacson. Continua a leggere…
Il trucco
Tra una scena e l’altra, usati come collegamento, in quanto sintesi tra ciò che è successo e ciò che accadrà, gli attori di
soap opera, di fiction, di serie e mini-serie, hanno l’obbligo contrattuale di esercitare una pressione sul loro volto pari a quella esercitata da una paresi al ralenti. Continua a leggere…
Cose di casa mia (frammento)
Roma (8 agosto, ore 12)
Nelle fotografie manca sempre qualcosa. Alcune hanno tutto, ma manca qualcosa. Nei ricordi c’è sempre qualche particolare in più, schegge che affiorano e divelgono l’immagine così come sembra, schegge impazzite che vibrano e poi si fermano. Per esempio il posto da cui vengo. Un posto strano dice la memoria, un posto brutto dicono fotografie appese qua e là a casa di mia nonna. E’ un paese, una specie di agglomerato grigio, case e strutture che assomigliano a palazzi costruiti a casaccio, piazzati come viene. Il posto è Talsano, la provincia è Taranto, la regione è Puglia, il mio nome è Marco.
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Fare il vento con i mortaretti, travestiti da Harvey Keitel, la notte di capodanno
Il bar sotto casa mia è piccolo, si chiama bar ed è sempre pieno di operai. Gli operai che lo riempiono lavorano nei laboratori e nelle officine che circondano il bar. La maggior parte di questi operai hanno facce scavate dall’acne e dalla rosolia, facce sfregiate dal morbillo e da eczemi sconosciuti. Uno di questi operai, per esempio, mi fa pensare spesso ai marinai di Melville, a quelle facce da filibustieri, a quei visi tagliati dal vento in poppa e dal rum in coperta. La sua faccia è rossa e maculata, e sulle guance glabre piccoli porri color crema spuntano accanto alle fossette di carne mangiata dagli anni, erosa da una vita di cui non so nulla. Però conosco le abitudini di questa faccia da operaio, e conosco bene il profilo del naso porcino quando cala sulla birra fredda alle 7.30 del mattino, e conosco anche piuttosto bene il suo passo svelto mentre attraversa i binari e gira il collo grinzoso per vedere se un trenino sta per segargli le caviglie, e conosco anche la sagoma da lontano, con quel passo da cattivo tenente, quel corpo tozzo lanciato dai piedi che schiacciano la strada con la foga di un Harvey Keitel operaio, uno da birra fredda alle 7:30 del mattino.
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Questa è stata la mia ultima notte
C’erano le stelle molto basse, stanotte.
Ne ho viste moltissime che erano troppo lontane per essere viste normalmente.
Invece stanotte il cielo era pieno di stelle impossibili da vedere.
Forse ho perso troppe notti e questa qui m’è sembrata speciale.
Che poi il perché sia stata speciale è facile da spiegare:
questa notte è stata la mia ultima notte. Continua a leggere…
Natale, fuoco e schiuma
Da piccolo c’erano due cose che non mi piacevano affatto, due su tutte:
il riposino pomeridiano e i centri commerciali. Continua a leggere…
Una breve risposta in forma di poesia senza poesia al noto romanziere Antonio Moresco, a proposito delle mosche
Qui potete trovare la preghierina di Moresco: http://www.ilprimoamore.com/testo_2126.html
La mia risposta alla preghierina: Continua a leggere…
Storia di M.
La luce era lieve nella stanza di M. Aveva dimenticato di chiudere completamente le persiane, la notte prima, e ora il colore del giorno invadeva delicatamente la parete bianca di fronte alla finestra, illuminava in modo discreto la porta del bagno annesso, e dipingeva le strisce oblique da cui entrava. Continua a leggere…
A piccoli passi (uno short molto batailliano)
La vita delle formiche è molto interessante.
Se uno ha tempo da perdere le formiche sono incredibilmente affascinanti.
I bambini lo sanno meglio degli adulti, e le addestrano alla sopravvivenza.
Le formiche, infatti, sopravvivono a tutto.
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LISTA PARZIALISSIMA SUI NOMI MASCHILI DA DARE A UNA CREATURA DI CUI SARò ZIO – I cap. (A-D)
LISTA PARZIALISSIMA SUI NOMI MASCHILI DA DARE A UNA CREATURA DI CUI SARò ZIO
A Genny e Chris
ANDREA:
Il primo che ho conosciuto aveva la mia età, era piccolo come me, era scuro come me, mangiava il gelato proprio come me, partendo dal bordo, e alla fine si leccava le dita proprio come facevo io, ma era comunque insopportabile. Ricordo che una volta i miei mi portarono al lago, era maggio, l’aria tiepida e il lago profumato. Mentra salivo e scendevo nell’aria piena di polline, mentre starnutivo e ingoiavo saliva salendo e scendendo con gli occhi felici, mio padre fece un cenno a mia madre, che fece un cenno a mio padre, e insieme fecero i pochi metri che li separavano da un’altra coppia che faceva cenni, i genitori di Andrea. Io ero ancora sull’altalena quando i miei si avvicinarono all’altalena.
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21. ISTRUZIONI PER LA CREMA DI LIMONCELLO (da ISTRUZIONI DI INTERESSE GENERALE) – seguiranno le istruzioni per catalogare la carta igienica
Scorticate premurosamente 10-12 limoni di Sorrento.
Evitate di lasciare il bianco che s’annida nella scorza.
Immergete le bucce in 75 cl. di alcol.
Lasciate riposare per 10 gg. Continua a leggere…
22. ISTRUZIONI PER CATALOGARE ALCUNI TIPI DI CARTA IGIENICA (da ISTRUZIONI DI INTERESSE GENERALE)
22. ISTRUZIONI PER CATALOGARE ALCUNI TIPI DI CARTA IGIENICA
Non è il bagno quello in cui sei entrato: è l’harem della carta igienica.
Così poi leggendo e sfogliando diversi depliant colorati e specializzati scopri che esistono più o meno 12 tipi di carta igienica ufficiale:
1) liscia e bianca e inodore e praticamente molto sensibile; è in grado di non farti sentire la pesantezza di un supporto cartaceo per ripulire le parti intorno al tuo ano;
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1. ISTRUZIONI PER LA VITA CHE NE HA BISOGNO (da ISTRUZIONI DI INTERESSE GENERALE)
1. ISTRUZIONI PER LA VITA CHE NE HA BISOGNO
La vita che ha bisogno di istruzioni per l’uso può essere molto faticosa se per esempio tu sei in un corridoio di una palazzina che ha le finestre grandi e orizzontali e tagliate per bene da lunghe sbarre che se ti appoggi sulla gamba sinistra e torci il collo verso sinistra tu vedi e guardi dentro le sbarre e se poi muovi la testa su e giù mantenendo però sempre la stessa posizione è bellissimo.
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23. ISTRUZIONI PER DESCRIVERE LA TUA BACHECA (da ISTRUZIONI DI INTERESSE GENERALE)
23. ISTRUZIONI PER DESCRIVERE LA TUA BACHECA
Descrizione fisica e spirituale
Una cassetta munita di coperchio di vetro o specie di vetrinetta, appoggiata o appesa al muro, inclinata, obliqua, in posizione verticale, in casi di manierismo orizzontale, che tiene conto del concetto di esposizione, diciamo riparata da polvere, ragnatele, vento, incursioni di rondini e pipistrelli, dita di bambini deprivati del controllo, S.L.A. (sigla che sta per saccheggiatori comuni, ladri professionisti e amici) , e del concetto di prezioso (dal lat. pretiosus; V. PREZZO – lat. pretium, astr. di un perduto verbo *pretere, la cui rad. PRET ‘scambiare’ si ritrova nel lat. interpres, -etis ‘mediatore’ ma è priva di attestazioni chiare in altre aree ideur., salvo, forse, nel gr. pernemi ‘vendo’) cioè di grande pregio, valore, stima, affetto, conforto morale/fisiologico, in quanto può, in potenza, procurare, ai sensi freddi del tatto e della vista, vantaggio, desiderio, in alcuni casi anche agonia.
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Fanno di queste cose
Fanno di queste cose:
sulla terra che è una superficie di squame e sabbia
senza riconoscere l’odore del sudore
fanno di queste cose;
perché parlare non è un reato ma lo è la gola che si sente strisciare
le vostre cose sotto vetro nelle bacheche chiuse a chiave
fanno di queste cose;
con un sigaretta infilata nel muso del rospo che respira
le vostre mani senza rabbia lo faranno esplodere
fanno di queste cose; Continua a leggere…
La nostra cara vita
La nostra cara vita
«Fu uno di quei matrimoni dove il costo della cerimonia e del ricevimento viene iscritto al passivo, e da allora continui a scodellare settimanalmente la tua paga per tutta la vita. E dev’essere proprio da lì che hanno preso l’idea di queste vendite a rate.»
ALAN SILLITOE – IL QUADRO DEL PESCHERECCIO
Carta taglia forbici – romanzo d’appendice su Scrittori precari, parte seconda
Quando viene Katrina
Da un p
aio di settimane ho conosciuto Katrina. È piuttosto bionda, ha la pelle bianca, gli occhi verdi, sembra una bambola di ceramica. Con Katrina ci vediamo tutte le sere alle ore 20. Per me sono le ore 20, per lei è giorno, credo. Katrina è russa, di Mosca. Ma parla molto bene l’inglese. Non ne ha bisogno, ma quando vuole lo sa parlare. Io ho un po’ di difficoltà. Noi italiani siamo scarsi con le lingue. Lo dice pure Katrina, che di italiani ne ha conosciuti tanti.
Katrina ama la musica italiana che mi chiede sempre di inviarle. A me piace molto il punk polacco e Katrina me l’ha procurato. Sono solo due settimane che ci conosciamo, ma è come se ci conoscessimo da sempre. Siamo molto intimi. Perché ci tocchiamo, ci guardiamo. A Katrina piace molto il mio dingo. Io adoro la sua spilla. È una spilla rossiccia che sembra un piccolo vulcano piatto. Katrina mette continuamente il dito nella spilla. Ci gioca mentre la guardo dalla web cam. Continua a leggere…
Un mio romanzo breve o racconto lungo a puntate. Su SP
Riflessioni di un custode di condominio in attesa che passi qualcuno
Riflessioni di un custode di condominio in attesa che passi qualcuno
Lo spazio tra la testa e il cielo può essere intervallato da superfici di nome soffitti. Non perché come pensano i romani, ma perché gergalmente, in latino volgare, si diceva suffictus, cioè conficcato, a proposito di penetrazioni, e il soffitto è una penetrazione, in quanto superficie conficcata appunto tra la testa e il cielo.
Continua a leggere…
Edward Said – “Joseph Conrad e la finzione autobiografica”
«O si perde il proprio senso d’identità e quindi si ha l’impressione di svanire nel flusso caotico, indifferenziato, anonimo del tempo che passa, oppure ci si impone con una tale forza da diventare degli egoisti duri e mostruosi.»
Congegni tradotti per essere mangiati – #1
“The trees will always be there” would think a man watching the grass while it grows and waits for the sun to burn, grow again and finally freeze.
The trees have seen everything. Couples making their way through the dark. Kids growing. Dogs peeing.
The trees are what they are.
Take the circus, for instance. The circus has gone, this year too, and it has been like that ever since he could remember of remembering. The circus comes in the fog and leaves in the dark.
“Gli alberi restano sempre, pensa l’uomo guardando l’erba che cresce e aspetta
il sole per bruciarsi, e poi di nuovo crescere e gelare.
Gli alberi hanno visto tutto.
Le coppie farsi largo al buio.
I bambini correre. I cani pisciare.
Gli alberi sono quello che sono.
Il circo, per esempio, il circo è andato via, anche quest’anno, come sempre,
da quando lui ha memoria di averne.
Il circo arriva con la nebbia e se ne va con il buio.”
Grondo
Grondo. Grondo. Grondo di sudore. Il sudore è acqua. Grondo. Grondo. Grondo di acqua. Ma se fosse acqua non gronderei. Starei fresca. Invece grondo. Di sudore. Acqua.
Facesse meno caldo mi lamenterei. Perché sono attratta dagli opposti. Facesse freddo mi lamenterei. Perché sono attratta dagli opposti. Mia sorella mi piace. È opposta. Apposta dico che mi piace. Se potessi avere il suo corpo, io. Mia sorella mi piace. Lei non gronda. Né di sudore, né di acqua. A lei il caldo piace. E le piace pure il freddo. A me no.
Giro sintetico del Mondo Cane
Sono stato in Thailandia, per esempio. O a San Francisco, in un bar a forma di bara.
Sono stato nel deserto di Atacama, a nord del Cile, il deserto più arido del mondo, dove le piogge non esistono perché nessuno le registra, e se succede succede ogni 15 anni, e quando succede succede una cosa assurda, cioè il deserto fiorisce.
Ho parlato con Luis Gonzalez, scrittore nato a Tegucigalpa, Honduras, America Latina, Giungla del Cazzo, che dice di essere nato nella Comayaguela, la zona dei poveri con i denti marci e le scarpe lisce.
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Ricorrenze
La bambina aveva lo stomaco gonfio, la fronte bruciava come un fornello appena spento, il colore delle labbra cinereo.
La madre chiese al padre di fermarsi.
Dove?, chiese il padre.
Da qualche parte, fermati da qualche parte, disse la madre.
Ora?, chiese il padre.
Sì, disse la madre.
Erano fermi, ora, immobili. Le tracce lasciate dagli pneumatici precedenti tagliavano la strada sterrata.
Chiama qualcuno.
In un paese straniero, immersi nella polvere di una strada sterrata straniera, con un navigatore che parlava una lingua straniera, quasi arrivati alla casa straniera, nella città straniera, pronti per il lavoro che lo stato straniero permetteva loro di svolgere, mamma e papà inziarono a piangere.
Papà più forte di mamma.
Cartolina del Lupo, 1 giugno, prima della festa della Repubblica italiana che è una festa molto sentita dai militari italiani che possono andare in parata sui fori imperiali con le bande musicali che suonano musiche molto molto molto
Cartolina del Lupo, 1 giugno, prima della festa della Repubblica italiana che è una festa molto sentita dai militari italiani che possono andare in parata sui fori imperiali con le bande musicali che suonano musiche molto molto molto
Un giorno o l’altro noi la farem vendetta. Ho letto una volta su un libro di Paolo Nori quello che mi passava per la testa nel momento in cui leggevo quello che Paolo Nori aveva scritto:
«M’ero abituato a pensare che noi eravamo più liberi e mi sembrava un pensiero che valeva qualcosa invece lo pensavo così senza pensarci, era un pensiero che aveva il vantaggio che per pensarlo non bisognava pensarlo, era già pensato.»
La butterei via così, la mia cartolina. La butterei via se non fosse che ho ancora tempo. Sono in un albergo dove dormono soltanto turisti. Dormono a tutte le ore, mangiano a tutte le ore, e quando escono vengono truffati dai ristoratori, dai fruttivendoli abusivi, dai venditori di chincaglierie, dai finti miliziani che sorridono agli otturatori. Così tornano in albergo con i piedi che sono carcasse, il morale basso, farcito di luoghi comuni e relative conferme. Gli italiani sono bassi, prima di tutto.
Poi non sono affascinanti come si dice. Poi non sono neanche liberi. E parlano troppo al cellulare.
Franco, il proprietario dell’albergo mi ha detto che sta per essere buttato giù. Una notte i turisti verranno svegliati dall’allarme. Si ammasseranno nei corridoi. Qualcuno intanto si infilerà nelle loro camere. Una volta in strada i turisti chiederanno informazioni alla polizia. La polizia chiamerà i carabinieri.
Ora la butto via.
Via.
Via.
Cartolina del Lupo, 18 maggio, da una piazza in cui sono evidenti le tracce di un comizio elettorale
Quindi i Maya riempivano le guance dei morti con pezzi di zucca. Dice che coprivano gli occhi dei morti con monete d’oro.
Poi i Maya sono morti. Siamo arrivati noi. Però la morte esiste ancora. E i nostri funerali sono più noiosi di quelli dei Maya.
Noi siamo noiosi.
I funerali, se uno ha voglia di osservare, sono meno noiosi di quanto uno pensi. Strazianti, a volte. Irritanti, spesso. Però ci sono almeno tremila anni di funerali raccontati, da qualche parte, sui muri, sulle pergamene, sulle tavolette di argilla, sui papiri, persino nei libri.
Certo, ce ne sono di più vecchi di tremila anni, ma io non li conosco.
Il fatto è che oggi sono andato a un funerale. Ecco perché ne parlo. C’erano le bandiere, il palco, il microfono, i manifesti, c’erano i volti, le cravatte, i bambini appollaiati sulle spalle dei papà, c’erano le coppie mano nella mano, i gelati colanti, le lingue che li prosciugavano, c’erano le accolite di vecchi usciti dalle bocciofile, c’erano gli insegnanti, gli operai, gli impiegati, i commercianti, i ragazzi che hanno studiato e lavorano a tempo determinato e che tutti chiamano precari, c’era la vita, nonostante tutto.
Poi una specie di temporale ha spinto la folla verso sinistra, verso i portici.
Il vento era forte, cambiava traiettoria di continuo.
La folla si è spostata a destra.
Alla fine la gente si è arrampicata sugli alberi.
I bambini sulle cime.
Gli anziani sulle fronde.
Qualcuno ha gridato “terra”, a un certo punto, ma nessuno l’ha ascoltato.
Cartolina del Lupo, 11 maggio, da un tempo espanso e contratto
L’11 maggio del 1860 Garibaldi e i Mille sbarcano a Marsala. Ma non lo racconterò.
L’11 maggio del 1912 Marinetti pubblicherà il Manifesto tecnico della letteratura futurista. Non ne parlerò.
Bob Marley muore a Miami.
Bendandi profetizza un terremoto a Roma.
Mancano dieci giorni al mio compleanno.
Mia madre accompagna sua sorella da qualche parte.
Un vecchio mi racconta la storia di suo padre, il nonno di suo figlio.
La signora che siede all’angolo tra via x e via y mi chiede l’elemosina. Un tale sputa in faccia a un altro tale.
Uomini e donne salgono su un autobus.
La Moratti accusa Pisapia di furto.
Lavo casa. Aspetto qualcuno.
Una voce siciliana parla allo stereo.
La temperatura è di 25 gradi alle 17, di 19.5 alle 20:00, di 15.3 alle 23:00.
Ho mangiato in un posto che sembrava un fast food, e ho pensato a un posto in cui mi piaceva perdermi quando avevo 9 anni.
Ho pensato di prendere un aereo. Di guardare fuori dal finestrino, le nuvole come un tappeto sull’acqua.
Ho pensato che mio padre a quest’ora è ancora a lavoro.
Infine l’11 maggio del 1887 nacque Paul Wittgenstein, pianista, fratello maggiore di Ludwig, filosofo.
Durante la prima guerra mondiale Paul perse il braccio destro, ma continuò ad esibirsi. Morì.
Le cartoline di Lupo&Fratello vanno in onda tutti i mercoledì sera, a partire dalle 21:00, su www.radiopopolareroma.it.
Ascolta MONDO CANE.
Discorso in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura, 1968 – Thomas Bernhard
Pregiatissimo signor ministro,
pregiatissimi presenti,
Cartolina del Lupo, 13 aprile, dal carrozziere del Mandrione, quello che con la faccia appestata
Cartolina del Lupo, 13 aprile, dal carrozziere del Mandrione, quello che con la faccia appestata
Gli pneumatici. Quando uno impara a scrivere impara boiate come questa. Gli pneumatici riempiono il cortile della carrozzeria, formano castelli, rombi, torri, scale, c’è gente che li ricicla per farsi le scarpe, mi ha detto un amico che ora vive in Bolivia. Gli pneumatici sono la scenografia essenziale di una carrozzeria. Stanno lì ad aspettare, proprio come le palline gialle nei campi da tennis e i fascicoli negli uffici ministeriali. Solo che le gomme, gli pneumatici, hanno la forma delle ciambelle, sono butterati o lisci, ti sporcano le mani quando cerchi di spostarli dalla rimessa al garage.
Istruzioni per immaginare un deputato leghista
Il deputato leghista va immaginato lurido, bavoso, grufolante, con pezzi di carcasse tra i denti, i peli del culo intrecciati di merda e la cravatta verde macchiata di sangue rattrappito.
Nelle sue azioni si muove con fare brusco, risata derisoria e gorgogliante, sguardo ottuso e frequenti esplorazioni nasali.
Cartolina del Lupo, 30 marzo 1985, dal set di Ritorno al passato
Cartolina del Lupo, 30 marzo 1985, dal set di Ritorno al passato
Non sono uno di quelli che attaccano bottone con le ragazze parlando della teoria bosonica a 26 dimensioni o di quella supersimmetrica a 10 dimensioni. Preferisco parlare delle offerte della Simmental, di quanto la Simmental mi faccia accapponare l’arteria sfenopalatina, di quanto sarebbe bello per esempio bere un goccio di mezcal con Zemeckis mentre gira la prima scena di Ritorno al passato.
Cartolina del 16 marzo, cartolina non affrancata, priva di immagine, cartolina incazzata, tagliente, volante
Platone fa a dire a Socrate nell’Apologia di Socrate “non arrabbiatevi con me, perché dico la verità”.
Stanotte la pioggia ha bucato i giardini portatili che operai vestiti di bianco avevano piazzato a Piazza Venezia. Li hanno rimpiazzati subito. Operai vestiti di grigio hanno rimpiazzato gli operai vestiti di bianco. Hanno montato delle finte impalcature con finte misure di sicurezza. Poi si sono lanciati nel vuoto come tuffatori magri.
Street Album Vol.3: INEDITO. La vera storia della letteratura
http://www.terranullius.it/inedito.html
L’estasi d’amor cantava Ollio è quello che ci fa vedere i cieli tutti blu e i cigni bianchi come inchiostro. Questa felice rivoluzione dei sensi corrisponde alla felice rivoluzione della letteratura italiana. Non quella ufficiale, ma quella sottesa, che si sussurra alle orecchie come un tentatore. Ed eccola qui questa storia letteraria riscritta: dai consigli di una madre a una figlia su co…me si possa godere meglio con un uomo alle realiste considerazioni dell’Aretino e di Baffo. Con Giordano Bruno e con il romanzo per immagini di Polifilo, scopriremo la mistica d’amore con i suoi baci di morte, per giungere al Novecento e inaugurare con Svevo l’epoca dei bunga bunga e, quindi, la grande era della morfina in cui viviamo. Leggete, gente. Godete, gente.
Questo è lo Street Album Vol.3: INEDITO. La vera storia della letteratura
sabato 26 marzo dalle 18:30
La Cricca esce dal covo e invade San Lorenzo
Reading e aperitivo al MARGOT
via dei Volsci 13
Cartolina del Lupo, 9 marzo, da una bicicletta che crede nell’autodeterminazione
Semafori che lampeggiano. branchi di motorini, bancarelle di cose e astrologi su sgabelli, paesaggio di facce che si incrociano tra via Foscolo e via Petrarca, camion bianchi con dentro omini che scuotono carcasse di maiali, mercato, Piazza Vittorio Emanuele II, mercato di spezie in polvere, mercato di ghiaccio sotto pesce, mercato di macellai insanguinati, camion bianchi con omini stesi su sacchi di tuberi gialli, cumino, curcuma, zenzero, portici e pozze di piscio, manifesti Casa Pound, pozze di piscio ancora, la donna che siede sempre all’angolo di via Mamiani, la donna che urla, si strappa le vocali dalla gola, bicicletta impazzita, manubrio stupido manubrio, via Giolitti controsenso, trenino bianciogiallo fischia, mi copre mentre le bestie intorno si superano e si penetrano, ciuf ciuf, mentre li senti urlare dagli abitacoli riscaldati.
Cesare Garboli
«Quello che eterneggia mi è poco congeniale. Più volentieri entro nell’ordine di idee che niente è più sacro di ciò che non è stato ancora redento dallo stile, non ancora raggiunto dall’intelligenza.»
da “La stanza separata”
Robert Louis Stevenson
«Vogliamo orgogliosamente vivere e, come prostitute, abbiamo scelto di vivere per il piacere.
Dovrebbero pagarci, se dessimo il piacere che presumiamo di dare, ma perché dovrebbero riverirci?
Siamo tutti puttane, alcuni puttane graziose, altri meno, ma tutti ugualmente puttane:
puttane della mente, che vendono al pubblico svaghi da salotto così come la puttana vende i piaceri del letto.
E allora che c’è di strano? Sono una puttana graziosa e malaticcia, seppure un po’ più in salute ora.»
da una lettera al collega Edmund Gosse
Goffredo Fofi sul Bianciardi
«Il suo anarchismo era assai povero e la sua tempra assai fragile. Ha additato dei mali, ma si è ritirato molto presto dalla mischia, pensando di risolverli con l’ironia e la diversità, e che anarchico volesse semplicemente dire individualista, non collaborazionista. Non ha cercato gli altri, se non tra persone fragili come lui o in attesa, semplicemente, della loro occasione. Non si è mai ripreso dal primo choc, dopo le ansie di una gioventù vitellona ma entusiasta e fattiva. Quello choc si è chiamato Milano, o meglio modernità, progresso, “miracolo economico”, Italia del benessere, della produzione, del consumo, dell’egoismo, del ripudio di ogni senso comunitario e di ogni vera gioia del vivere, di ogni autenticità.
Vittima del boom, Bianciardi merita il nostro rimprovero: avrebbe potuto e dovuto fare di più, resistere, discutere, aprirsi, dare, provocare. Se non ce l’ha fatta, un po’ di colpa è anche sua, che si è arreso troppo facilmente, troppo presto.»
Dall’introduzione a “L’integrazione”, scritto nel luglio del 1959 in dieci giorni di “vacanza traduttoria” e pubblicato da Bompiani l’anno dopo.
E’ ora di ricordare (un mio articolo uscito su il manifesto il 20-04-2010)
Cartolina del Lupo, 9 febbraio, in un tempo caldo e oscuro
E’ durato poco, il mio ultimo lavoro. Non credo di essere adatto a certi lavori. Per esempio, non credo di essere stato un buon sequestrato. E in fondo lo so che dovrebbe essere facile:
mangi quando ti dicono di mangiare;
pisci quando loro ti dicono che puoi pisciare;
dormi quasi sempre.
Dovrebbe essere facile fare il sequestrato, soprattutto se ti pagano.
E’ che ho esagerato.
Venerdì mi sono svegliato male, la bocca impastata con il das, gli occhi sbrilluccicanti e caccolosi, le voglie nel lenzuolo.
Dopo aver fatto colazione ho chiesto al capo se potevo prendermi due giorni di malatia.
Prendili, ha detto lui, ma te li scalo dallo stipendio.
No, gli ho detto, trapassando con gli occhi caccolosi la lana nera del suo passa montagna, gli ho detto, no, me li devi pagare.
Lui ha detto, grattandosi il grande orecchio roseo destro che spuntava come una pianta grassa, ha detto, allora ti licenzio.
Io ho smesso di guardarlo, per un po’, e mi sono concentrato sulla corda che mi stringeva i piedi.
Poi ho detto, non so dove andare, ecco.
Allora lui si è sfilato il passamontagna, e mi ha detto, se vuoi ti posso ospitare a casa mia.
Ho detto, non posso accettare, non esiste al mondo.
E me ne sono andato, ai mercati generali.
Cartolina del Lupo, 2 febbraio, una stanza con le tende di velluto nero, in un posto che non ricordo di aver raggiunto
La notte c’è un cane che abbaia, e mi sembra che sia vicino, e mi sembra che sia un pastore tedesco, dal latrato e da come smuove la terra con le zampe. Ma non so niente di cani, quindi potrebbe anche essere una tartaruga con un congegno vocale montato sul guscio. La mattina presto c’è un furgone che resta acceso per un po’, e poi parte. La sera sento solo qualche tizio che fa jogging, ma non posso chiamarlo, perché non posso, e poi penso che siano loro, che stiano facendo finta di correre, finta di respirare profondamente, di sudare per finta. Continua a leggere…
NASI (un poema per un naso che parte)
Nasi (un poema per un naso che parte)
I.
Quando un naso incontra un naso
non c’è molto da dire,
che un naso incontra il naso,
che le labbra sono lì vicino,
che ci si bacia e ci si bacia,
che un naso non può durare per sempre,
ma il tempo dei nasi è come stare accucciati sotto un ombrello
mentre il temporale fracassa i marciapiedi, Continua a leggere…
Cartolina del Lupo, 26 gennaio, Lago di Zoccolo (Zoggler Stausee), provincia di Bolzano, Regione Autonoma Trentino Alto Adige-Südtirol
L’attualità puzza come il taleggio.
L’attualità è come quelle bambole gonfiabili che danno in dotazione agli astronauti.
L’attualità, per uno che non mangia il taleggio e ha paura dello spazio, è come correre su un tapis roulant.
Lui, il tapis, sta fermo muovendosi, tu, l’umano, ti muovi stando fermo.
L’attualità non la capisco, mi dice Jürgen mentre mi versa una tazza di caffè lungo.
L’Italia non la capisco, mi dice Jürgen mentre mi serve una fetta di torta ai lamponi.
Dico a Jürgen, neanch’io Jürgen, neanch’io. Parlami di questo lago.
Dice, se tu pescare ti piace trota iridea, salmerino di fontana, trota fario, salmerino alpino und trota marmorata.
E poi?, gli chiedo ricordandomi che non mi piace pescare.
Und lago Zoccolo offre grande corsa dei Masi.
Ma dai?, dico a Jürgen stroppicciandomi gli occhi, e cosa sono i Masi?
Case in legno con tetto particolare il legno e sassi, dice Jürgen.
E quando si tiene questa corsa?, gli chiedo, sperando che sia lontana nel tempo e nello spazio.
25 luglio, dice Jürgen, ma se vuoi noi allenare nel pomeriggie.
No, dico a Jürgen, ma ti ringrazio, penso che andrò a dormire, anzi, penso che andrò a leggere le ultime dall’Italia.
Ma questa essere Italia, dice Jürgen.
Non credo proprio, dico io, e lo saluto facendo il gesto dell’ombrello.































































