L’oggetto non è l’oggetto
13 percorsi dell’oggetto nella letteratura
Bibliografia essenzialmente parziale in cui l’autore mette le mani avanti in attesa che il lettore lo contraddica
Arlt, Roberto, El juguete rabioso, Latina, Buenos Aires 1926 [trad. it. Il giocattolo rabbioso, Le Mani, Genova 1994].
Barthes, Roland, MYTHOLOGIES, Editions du Seuil, Paris 1957 [trad. it. Miti d'oggi, Giulio Einaudi editore, Torino 1974 e 1994].
Böll, Heinrich, Erzählungen 1950-1970, by Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln 1972 [trad. it Il nano e la bambola, Giulio Einaudi editore, Torino 1975 e 2004].
Böll, Heinrich, Gruppenbild mit Dame, by Verlag Kiepenheuer & Witsch, Koeln 1971 [trad. it. Foto di gruppo con signora, Giulio Einaudi editore, Torino 1972 e 1994].
Butor, Michel, Le modification, Les Editions de Minuit, Paris 1957 [trad. it. La modificazione, Fandango Libri, Roma 2006].
Carver, Raymond, Cathedral, 1981 [trad. it. Cattedrale, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1984].
Cortàzar, Julio, Octaedro, Eredi di Julio Cortàzar 1974 [trad. it. Ottaedro, Giulio Einaudi editore, Torino 2007].
Hemingway, Ernest, The Spanish Earth – The Fifth Column and the First Forty-Nine Stories, New York 1938 [trad. it. I quarantanove racconti, Giulio Einaudi editore, Torino 1946, 1947, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1946, 1952].
Kafka, Franz, Racconti vari.
Perec, Georges, La Vie mode d’emploi, Hachette/P.O.L., 1978 [trad. it. La vita istruzioni per l’uso, Rizzoli, Milano 1983, traduzione di Sergio Pautasso.
Georges Perec, PENSER/CLASSER, 1985, Hachette, Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano, 1989, traduzione di Sergio Pautasso.
Edgar Allan Poe, Racconti vari.
Robbe-Grillet, Alan, La jalousie, Les Editions de Minuit, Paris, La gelosia, Giulio Einaudi editore, 1958 e 1998, traduzione di Franco Lucentini.
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Prefazione intuitiva in cui sembra emergere l’idiozia ragionata dell’autore, che forse non ha niente a che fare con l’intuizione
Raggièra. Oggetto d’uso comune tra i ciclisti. Caratterizzata da un insieme di raggi che partono da un punto centrale. Le parole contengono metafore-producono effetti di senso, non li producono, le parole subiscono il potere-significato, le parole sono corpi detti significanti, o semplicemente combinazioni logiche di unità letterali. La parola scritta ha rivoluzionato, violentandolo, il mondo dell’oralità. Gli scrittori hanno tentato di manipolarne l’essenza, in alcuni casi l’hanno piegata, in altri l’hanno succhiata fino al midollo, e una volta posseduti, hanno descritto ciò che vedevano, quando gli altri non vedevano, o ciò che sentivano, quando gli altri non sentivano, o soprattutto ciò che gli altri vedevano e sentivano senza provare il bisogno di narrare. Qui non si mette in dubbio l’aspetto patologico della scrittura.
Credo che gli oggetti non siano le chiavi di volta, ma le stesse note che compongono la sinfonia. Oggetti che costruiscono la tua immagine, come la percepiscono gli altri, come vuoi che gli altri ti scorgano. Gli ultimi 60 anni hanno consacrato l’oggetto come idolo, come nume pagano, come rappresentazione concreta della vita lavorata, sudata, mangiata. Le parole che segnano l’evoluzione degli oggetti, sono le uniche testimonianze possibili, le tracce di cui disseminiamo etere e terra, i segni di un’archeologia impossibile, è vero, ma attraente come la coppia Bergman/Bogart in Casablanca, archetipo del mito/stereotipo, di cui forse non possiamo fare a meno.
Cofanétto. Dicesi di scrigno o contenitore, a seconda del valore aggiunto del contenuto, che nel primo caso è prezioso materialmente, e nel secondo può annoverare oggetti come il pettine di plastica, la pasticca di tachipirina, vecchie pietre o vetri scalfiti, monete monetine dal valore affettivo, perché qualcuno vi ha posato sopra le proprie impronte digitali, ad esempio, o perché qualcosa ne ha segnato la storia personale, che il proprietario ha sicuramente condannato all’eternità, mettendola giù su un pezzo di carta, o ancora peggio su un supporto tecnologico, che avrà vita breve ma intensa, più di molti libri mai letti.
Inventàrio. Se si partisse dall’ultimo significato possibile, secondo un qualsiasi vocabolario, si definirebbe come il libro stesso che contiene l’inventàrio degli oggetti. Perciò abbiamo un problema di ridondanza. La stessa parola, pronunciata esattamente nello stesso modo, si identifica con il suo significato, ma evade dalla forma: Polvere; una casa abitata da stirpi di uomini; velluti rossi sfilacciati, specchi consumati dall’aria, lampadari ottocenteschi, lucenti come quello piazzato sul soffitto della stanza delle danze nel Gattopardo. Una casa così; e un vecchio notaio. L’uomo è alla fine del suo tempo, ma trova nel cassetto del padre del padre del padre (tutti rigorosamente notai), un vecchio inventàrio: cioè un libro che a sua volta contiene la numerazione dettagliata, stilata in un determinato spazio temporale, di numerosi oggetti: il valore dell’oggetto inventàrio sarebbe quindi moltiplicato per l’immaginazione del vecchio notaio, per la compenente numerica e linguistica dell’inventàrio, per ciò che l’inventàrio potrebbe raccontargli; il vecchio ne avrà fino alla morte
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LETTERATURA,
il vecchio magari inizia a credere negli oggetti di cui sta leggendo. Così decide di seguire il loro percorso. Traccia un albero genealogico per ogni componente dell’inventario, e una volta definito il percorso, si muove alla ricerca del loro destino. Ciò lo porterebbe a seguire le tracce di un celebre cinquantenne impazzito per la letteratura cavalleresca, che prese tutto sul serio, si costruì un’armatura improponibile, decise di chiamarsi Don Chisciotte, e il resto è letteratura.
13 percorsi dell’oggetto nella letteratura
Breve cronologia fuorviante
Il 27 marzo del 1844 Edgar Allan Poe pubblica (morirà cinque anni dopo in preda a delirium tremens) il racconto Gli occhiali sul “The Dollar Newspaper”.
1913, trecento anni dopo l’incendio del teatro The Globe. Franz Kafka si impegna in un esercizio di osservazione (pare che non ne avesse a sufficienza) in Contemplazione, dove scrive di abiti coperti da una polvere impossibile, così difficili da indossare, come il viso gonfio e polveroso visto nello specchio, “da non indossare più, tanto è stato visto”.
Lo stesso Kafka che ordina (proprio come Virgilio) di distruggere una volta morto i suoi manoscritti, scrive solo quattro anni più tardi il monologo di un ponte in caduta, Il ponte.
Buenos Aires. Tre anni prima della Grande Depressione. La città è il centro del mondo sputato, rauca come le voci degli sguatteri che spazzano i marciapiedi, florida come le cosce intarsiate di pizzi parigini, struggente come l’anti-epopea di Silvio Drodman Astier : il giocattolo esce dalla fabbrica, trova mani che toccano la sua materia, si illude d’essere quello giusto, le mani gli incrinano la corazza, le mani lo lanciano nella spazzatura.
(stavo versando il vino nel posacenere)
20 anni dopo. Un posto pulito, illuminato bene, 1946. Hemingway dà vita alla luce elettrica di un caffè (l’insegnamento verrà colto da Don DeLillo in Rumore bianco, nella descrizione del supermarket), metafora di insonnia, di notte che alcuni uomini passano sotto la luce di un’insegna, in un locale, tra le strade. L’alba li accompagna verso lo stesso spartito.
1950. Siamo alla ricostruzione, il neorealismo avvampa, muore la madre di Beckett. La Germania è un colabrodo inutilizzato da anni. C’è fame. E c’è memoria. Non si può descrivere la vita in compartimenti stagni come lo ha fatto Heinrich Böll.. Quando si parla di questo incredibile scrittore si rischia di cadere, come nella parabola dell’informazione inventata da Norman Mailer, “Una volta che un giornale si occupa di una storia, i fatti sono perduti per sempre, perfino per i protagonisti.” C’è da dire che chi scrive è nato e ha vissuto per anni in Germania. Ha letto Böll prima di leggere Levi, Pavese, Silone, Vittorini, Fenoglio, Rigoni Stern, Bianciardi, Zavattini, Brera, Caproni, Sanguineti, Morante, Sapienza. Lo ha letto in lingua, tra un Brezel, un Weißwurst e un Apfelsaft. Vi assicuro che non lo fanno leggere a scuola (Grundschule – Gymnasium). Un figlio di italiani immigrati che legge un tedesco bucherellato da quattro proiettili durante la guerra, incastrato dagli obblighi per anni, impegnato come carpentiere e impiegato, attaccatto per aver chiesto la rinuncia alla psicosi di caccia alle streghe per il gruppo anarchico Baader-Meinhof, punzecchiato per aver ospitato Aleksandr Solženicyn il giorno stesso della sua espulsione dall’Urss (13 febbraio 1974), capì (siamo ritornati al figlio di immigrati italiani) la parola letteratura. L’autore entra in questo saggio per due grandi opere, citate nella bibliografia essenzialmente parziale. La prima è un racconto, forma di espressione sublime e sinottica che Böll ha saputo magnificare: Avventure di un tascapane.
1958, in cui Buzzati riunisce alcune delle sue creature nel celebre Sessanta racconti, dieci mesi prima che Kerouac pubblichi Sulla strada, un anno dopo la rivelazione del volto umano di Smultronstället (Il posto delle fragole) del “figlio del pastore”, Ingmar Bergman. Insomma parliamo di MYTHOLOGIES, di “colui che quando va in giro per la strada, là dove gli altri vedono fatti ed eventi, scorge, fiuta significazione” (parola di Eco), il signor semiologo Roland Barthes, che ci ha deliziati con giocattoli e Citroën fiammanti. Che però è uscito nel ‘57..
Stesso anno, stessa lingua. Un francese di nome Michel Butor pubblica La modification, che come un fico essiccato al sole s’asciuga, disidratato, indurito, assume un altro sapore, n’altra fragranza. L’autore appartiene alla tanto criticata corrente del Nouveau Roman. La seconda persona ti strappa il derma dei polpastrelli, si fa seguire lungo le pagine che non descrivono, sono te che sei lui che attraversa il viaggio con una decisione tra le labbra. Un flusso canaglia, profezia del docu-fiction non impegnato, ma di una raffinatezza militante, eppure scabrosa, che sembra di stare nella baracca con i mangiatori di patate, per quanto è intenso/distaccato. Un livello di introspezione difficile da raggiungere, tranne per qualche “unto” come Berto ne Il male oscuro. Insomma i francesi conoscono la prospettiva semiotica e ne fanno mostra (per chi volesse approfondire il rapporto tra fotografia e semiologia, c’è un libretto divulgativo di Jean-Marie Floch, Forme dell’impronta, Meltemi, 17 euro).
Siamo veramente nel 1958. Jerry Lee Lewis vede la sua carriera frantumata dalla stampa che rivela il suo matrimonio con sua cugina Myra, tredicenne. Elvis chiude la fase rock’n'roll partendo per il servizio militare. Il regista/scrittore Alain Robbe-Grillet, della stessa “corrente” di Butor, scrive un libro estremo, La jalousie: perché in 120 pp. fa implodere generi come il thriller e il poliziesco (di cui Lucentini e Dürrenmatt sono esperti necrofili), ricavando una dimensione piatta del tempo da una dinamica dello spazio (cioè una casa in cui trama – testo e sottotesto – e tema – titoli e sembianze – si piegano al significato dei particolari).
1971, ancora “descrittivismo”. La generazione del dopo-guerra ha ricostruito il suo presente ricomponendo tessere e frammenti. Ma l’intervento-assemblaggio-analisi costa molto, quanto il passaggio di un travestito alla transessualità. Questa ri-creazione sofferta si infrange, per molti autori, sulle barricate del maggio francese. L’anno dopo (‘72) esce un testo rivoluzionario, opera di due incredibili uomini, Deleuze e Guattari, L’anti-Edipo. Cosa sta succedendo? Heinrich Böll lo chiede a modo suo in Gruppenbild mit Dame (Foto di gruppo con signora). L’atto gli costerà il Nobel per la letteratura (forse uno dei più azzeccati per tempistica). Questi cinque libri, che vanno dal ‘57 al ‘71 sono interconnessi (almeno lo crede chi scrive). Il linguaggio visivo (televisione), il linguaggio orale (televisione), il linguaggio scritto (pubblicitario e burocratese) stanno modificando i circuiti delle “macchine desideranti”, gli esseri umani. Quelli che s’affacciano alla finestra e fiutano significazione, ne intuiscono la portata. Non c’è più spazio per la prosa ordinata, specializzata, umanizzata. Le macchine aumentano, i televisori trasmettono, le bombe stanno per svuotare le piazze, il ‘68 per qualcuno è già finito, per qualcun altro non è ancora iniziato, c’è la liberazione sessuale, c’è il femminismo, le chiese si sono svuotate e mettono all’asta crocifissi e panche, Israele esiste e fa un buco in Medioriente, gli afro-americani stanno bruciando le loro prigioni dopo la morte di Luther King e Malcolm X, l’uomo inquina anche la Luna (ma qualcuno crede che ci sia lo zampino di Kubrick). Le notizie infilate nelle case influenzano i nostri futuri genitori, i nostri futuri nonni. Non c’è tempo per capire cosa è successo e cosa succede. Si ingurgita tutto senza leggere le avvertenze. Eppure qualcuno osserva, e non si lascia sfuggire i particolari, le note a margine, le minuscole clausole che disseminano il contratto del Mondo Nuovo.
Tutto un altro discorso per Cortàzar, il padre di Rayuela, vicino a Borges, ma influenzato come Miller dalla sifilide parigina. 1974, Octaedro, le storie poliedriche, l’ossessione per i drammi intrappolati nelle mura.
Dall’Argentina alla Francia (una rotta percorsa da molti scrittori): ‘78, Perec, altre le sue ossessioni: i palindromi, le bacheche, l’inventario, le stanze, gli oggetti sulla scrivania, gli oggetti inanimati; La vita istruzioni per l’uso colpirà per primo Calvino. L’autore firma un Gilgamesh infiltrato nelle storie e nelle camere di un condominio, con curiosità morbosa, racconti intercambiabili, incisioni, cataloghi, puzzle, scantinati, appartamenti, cartoline. Perec non cita gli oggetti, li fa vivere, introducendoli sulla carta. La sua scrittura non assomiglia a nient’altro; un depliant di un centro commerciale, gli stralci di le Mille e una notte, i cassetti riempiti di segni del nostro passaggio.
Hanno definito la sua scrittura “minimale”. L’hanno inserito nella corrente dei “Dirty Realists”. L’hanno studiato dopo Hemingway, perché ha rinnovato il racconto breve. L’hanno cercato in John Cheever, in John Gardner, in Richard Ford. Raymond Carver ha scritto grandi storie, con un stile impensabile fino a qualche anno prima. Fatto di mattoni e alcol (nell’estetica meno manierista della letteratura etilica), di degrado e circonvallazioni, di bebè grassocci e pescatori della domenica, di vite incrostate e afflitte, con una forza e un impatto che hanno un solo comune denominatore: Checov. I racconti di Carver sono infatti “senza trama e senza finale”. Uso la parola “stile” perché la sua scrittura è coinvolta nelle storie che racconta. Cathedral, 1981, lo fa conoscere al mondo.