Recensioni arbitrarie
Bernard Malamud, Gli inquilini, minimum fax, 10 euro
Ah, se potessi andare anch’io dove va quella nave
Bernard Malamud ha una faccetta da ebreo niente male. Quasi meglio di Philip Roth.
Due dei massimi campioni della letteratura di matrice ebraica negli Stati Uniti.
Questo dicevano i critici. Poi affiancavano ai due un terzo, Saul Bellow.
E sì, gli Stati Uniti sono una grande paese.
E sì, gli Stati Uniti sono un paese molto ospitale.
Pietà di me. Pietà pietà pietà pietà pietà pietà
pietà pietà pietà pietà pietà pietà pietà pietà
Diciamo che ho sintetizzato il finale del libro di Malamud, The Tenants – Gli inquilini (1971).
Ma non sapete ancora nulla.
Parliamo dei personaggi, i protagonisti dei libri.
Harry Lesser, uomo bianco ebreo e scrittore.
Willie Spearmint, uomo nero nero e scrittore.
Due manoscritti.
Una palazzina che sta per essere demolita.
Irene, bellissima donna afroamericana.
Levenspiel, imprenditore ebreo.
L’America dello scontro razziale, campo di fuochi che bruciano mentre il Vietnam soccombe all’orrore.
Harry, lo scrittore bianco ebreo, lavora al suo secondo romanzo da dieci anni. Lo ha iniziato nella palazzina che sta per essere demolita.
Harry si rifiuta di abbandonare il nido creativo, da cui è partito il romanzo che dovrebbe consacrarlo nel tempio della letteratura americana.
Il romanzo di Harry Lesse è un romanzo d’amore.
Willie, lo scrittore nero nero, lavora al suo primo romanzo, un’opera che non vuole essere scritta con lo stile dei bianchi, un’opera che vuole affermare l’urgenza del linguaggio nero, della forza nera, della rabbia nera.
Harry si barrica nel suo appartamento e rifiuta tutte le proposte (parliamo di soldi) di Levenspiel, l’imprenditore ebreo. Lo scrittore bianco conosce i suoi diritti, e la vuole spuntare finché non sarà terminato il romanzo.
Willie non ha un soldo e vive da Irene.
Così un giorno i due scrittori si trovano nello stesso campo, isolati dal dagrado delle strade, stretti nella morsa dei piani oscuri, dove ognuno si rintana spremendo i tasti delle macchine.
E così i due intraprendono la lotta più antica del mondo, dove l’uomo affoga l’uomo.
Un romanzo duro, non ho dubbi, ma vero. Scritto con sangue negli occhi e inchiostro appuntito.
I critici dissero che Malamud aveva perso umanità, che s’era inaridito. Per quanto mi riguarda è tutto il contrario. Malamud affronta le paure. Malamud straccia in pezzettini la teoria dell’”arte pura”, ci introduce nel mondo vero, dove ogni uomo sconfitto scopre di avere un’identità, e di essere in questo simile all’altro. Uno scrittore che mette in scena la prosa del terrore, come a voler sfiorare i temi degli Enrichi e Riccardi di Shakespeare. Uno scrittore che ha scritto un libro da leggere non è che un uomo, ma un libro come Gli inquilini è più che umano: è carne e ossa.
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Friedrich Glauser, Morfina, Sellerio Editore Palermo, 7.75 euro
Glauser ti trasporta nei manicomi,
a vedere il muco incrostato sui muri,
a sentire le cinghie strette del lettino,
la camera di isolamento con la luce sempre accesa.
Glauser ti fa vedere un dito tagliato da una cesoia,
in una serra dove i giardinieri lavorano duro tutto il giorno.
Sudi con lui e ti succhi il sangue.
Glauser scrive i suoi racconti e tu scrivi le sue perizie psichiatriche.
Ti chiede, cos’è che spinge gli uomini alla costrizione, alla prigione.
Glauser è un pericolo per la comunità, la sua mente troppo lucida, tormentata, inibita.
Glauser dovresti leggerlo, e poi sentirti vivo.

