Una visita a Pasternàk – Angelo Maria Ripellino

agosto 7, 2014 § Lascia un commento

Una visita a Pasternàk*

Conobbi  Evtušenko a Mosca la sera del 14 settembre 1957. Il giovanissimo poeta, dagli occhi irrequieti, arruffato e impetuoso, irruppe nella mia stanza d’albergo per condurmi da Zabolockij. Gli si era sdrucita in un punto la fodera della giacca, e per prima cosa si sforzò di convincermi che Chlébnikov, al suo posto, l’avrebbe stracciata tutta, estraendola come pelle di serpente. Nell’auto che ci portava da Zabolockij prendemmo a discorrere dei poeti scomparsi nei Lager o perseguitati. E a un tratto entrò nel dialogo la magica immagine di Pasternàk. Decidemmo d’un colpo di fargli visita senza preavviso, a Peredélkino, il giorno seguente. A quei tempi circolava per Mosca questo epigramma di Evtušenko: «Sempre di più la critica ritiene – il Pasternàk astruso per la gente, – ed io invece lo comprendo bene: – che del popolo io sia più intelligente?».

Il 15 settembre, alle tre del pomeriggio, correvamo su una «Zis» verso Peredélkino. La strada passava fra densi boschi di bianche betulle. Era domenica e giovani coppie ballavano sul verde dei prati, al suono di fisarmoniche.

All’ingresso dPasternakella dacia, che ormai sembra far parte d’una topografia onirica, incontrammo la moglie del poeta, in un nero vestito all’antica, da cui pendeva una nera corda di stoffa: il contegnoso vestito e i capelli tinti di nero le davano l’aria d’una stanca diva del muto. Due cani abbaiarono. Poi, come scollandosi dal tronco di un albero, apparve Borís Leonidovič Pasternàk in giacca di tela azzurra e calzoni di tela color latte: cordiale, con gli occhi sgranati, barcollante come un sonnambulo.

Riconobbe subito Evtušenko, e gli chiese se io fossi un poeta georgiano. Non c’eravamo mai visti, sebbene mi avesse inviato alcune lettere in risposta ai miei dubbi e quesiti, chiarendomi, mentre lo traducevo, le zone oscure dei suoi versi, le allusioni indecifrabili. Quando Evtušenko gli disse il mio nome, mi abbracciò alla russa, effondendo un torrente di generose espressioni. Passeggiammo per più di mezz’ora dinanzi al poggiolo adorno di violacciocche. Si lasciò fotografare, assumendo un aspetto accigliato. Sentivi che recitava il suo personaggio, che si muoveva fra quella natura smagliante, come fra le quinte di un palcoscenico.

Le parole di Pasternàk avevano una gravità battesimale. Mi suona ancora negli orecchi la sua cantilena discontinua, arrochita. Affermò d’essere conscio del pericolo che avrebbe corso, pubblicando all’estero il Živago, e aggiunse che gli facevano un torto gli amici polacchi i quali, temendo di recargli danno, si astenevano dal divulgare il romanzo (lo avevo letto in casa d’uno di loro, a Varsavia).

Ci invitò a pranzo. A capotavola, come un nero idolo, troneggiava la moglie. Un lunghissimo pranzo all’antica: galline, funghi e verdura della sua villa. E cognac e brindisi. Intanto Borís Leonidovič parlava della gioia che si prova nell’ospitare gli amici venuti da terre lontane. Paragonò la figura del poeta ad un albero che stormisca nel vento. Esortò Evtušenko a non stemperare il suo ingegno negli intrugli dei versi servili. Ci narrò di Marina Cvetàeva; tracciò un parallelo fra Bunin e Čechov, dando la palma a quest’ultimo. Mi sorprese il suo amore per le ariette banali di Severjànin, che era stato per me sino allora il campione d’un bolso decadentismo.Ripellino

Poi ritornò all’argomento che gli stava più a cuore: il romanzo. E ripeté quasi alla lettera ciò che poco tempo prima mi aveva scritto: «Mi affliggo quando con troppa benevolenza mi parlate dei miei versi e del mio valore passato (come se continuasse), e con lo stesso tono lasciate cadere un accenno al mio romanzo, mentre il romanzo e il passato sono cose non paragonabili; e non solo questo romanzo è cento volte più notevole di tutto quello che ho fatto finora, ma soltanto di esso si può discorrere, perché le sue pagine rompono la continuità, come un salto dal vapore all’energia endo-atomica; e mentre la mia poesia, e con la mia tutta quella contemporanea, si è sempre più assottigliata, restando indietro sulla riva da cui eravamo partiti, il romanzo, anche se brutto, se debole, è l’unico barlume della sponda verso cui navighiamo».

Si infervorò nel dipingere i lineamenti di un’arte futura, che chiamava «endo-atomica», un’arte che, «liberata dai piccoli crampi nervosi dei più recenti periodi», avrebbe ripreso «la strada provvisoriamente abbandonata dei grandi temi secolari, che aspettano una continuazione». Quindi pregò Evtušenko di recitargli qualche sua lirica, e infine lui stesso si mise a declamare, barbugliando, impuntando, il poemetto Baccanale. La recitazione di Pasternak era identica al suo stile poetico: un balbettío trafelato, un susseguirsi di scatti, di ingorghi, di brusche interruzioni.

Quando prendemmo congedo, mi regalò due quaderni con liriche allora inedite; verdi quaderni, su cui rameggiava la sua scrittura antiquata, tutta svolazzi ed occhielli. Benché a poche verste da Mosca, Peredélkino era in realtà più remota di un villaggio in Siberia. In quella dacia Pasternak coltivava, come una fragile pianta, la sua solitudine, contrapponendo all’effimero brulichío degli «slogans» la ferma meditazione dei problemi eterni. Eppure questa solitudine era fertile, esemplare, ed agiva sui giovani stanchi delle false fanfare.

Un’altra domenica, nel settembre dell’anno scorso, assieme con Evtušenko, con sua moglie Galja e col pittore Jurij Vasil’ev (di cui pure si legge in quell’autobiografia), sono tornato di notte a Peredélkino, per visitare la tomba di Pasternak. Il tassí fila tra muri di fitta caligine, tra vacillanti betulle spettrali. Ho in tasca una rossa candela. Lasciata la macchina, a piedi, affondando nel fango, ci arrampichiamo sotto una gracile luna per la collina del cimitero. Sulla tomba coperta di fiori divampa, più alta dell’erba, la nostra candela. In lontananza un latrato, un fragore di treni. Fa freddo. Seduti su una panchina di fronte alla tomba, meditiamo sul martirologio dei poeti russi con tutti i regimi.

Al ritorno si parla ancora di Pasternak ricordando quel primo nostro incontro. Ci sembra che la sua sorte illumini indirettamente anche la morte di Majakovskij. Chi di noi, quella notte, poteva pensare che dopo pochi mesi legioni di corvi si sarebbero scagliate contro Evtušenko con le stesse calunnie che avevano usato contro Boris Pasternak?

*Il testo di Angelo Maria Ripellino è un estratto da “Nel giallo dello schedario” edito da Cronopio nel 2000, a cura di Antonio Pane

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